L’omicidio di Anna Politkovskaja nella Russia di Putin (Lo Straniero, 2006)

L’omicidio di Anna Politkovskaja nella Russia di Putin

Federico Varese   

“Lo straniero” n. 77, 2006


Anna Politkovskaja non era una donna carismatica. Quando veniva intervistata dalla radio, la sua voce era monotona, sciorinava fatti e non risparmiava nessuno dei dettagli più minuti degli eventi di cui era stata testimone. Quando la vidi dal vivo per la prima volta, a un convegno negli Stati Uniti, la sala non era piena. I convegnisti avevano preferito un altro dibattito. Ebbi occasione di parlarle, brevemente, e di rivederla a un dibattito a Londra moderato insieme a Misha Glenny: ricordo che lasciava poco spazio all’interlocutore e parlava con urgenza, come se non potesse lasciare nulla in sospeso, nulla di non detto.
Il destino, la morte e la vita di Anna Politkovskaja mostrano come il carisma mediatico e la furbizia televisiva non equivalgono alla capacità di muovere nel profondo le coscienze di uomini e donne nonostante barriere culturali e linguistiche diverse. Politkovskaja era, al momento del suo omicidio, uno dei giornalisti più importanti nel mondo e, come ha scritto una sua collega, la prova che non esiste nulla di così potente come la parola scritta. La sua morte ha indignato migliaia di persone, primi ministri e presidenti in decine di paesi e, per un giorno almeno, ha oscurato le altre notizie.
Ha scritto centinaia di articoli e due libri, “Cecenia. Il disonore russo” (2001, edizione italiana Fandango 2003) e “La Russia di Putin” (2004, edizione italiana Adelphi 2005). Il primo è un reportage sui crimini commessi nel Caucaso dall’esercito russo e allo stesso tempo una riflessione su come il secondo conflitto ceceno abbia corroso la fibra morale del suo paese. “La Russia di Putin” racconta la trasformazione dell’Unione Sovietica in economia di mercato, e i suoi costi umani, le violenze e gli omicidi, le mafie alleate e confuse con i grandi capitalisti, i padroni di squadre di calcio, i governatori e gli industriali. Putin è l’architetto di questa trasformazione e, per l’autrice, non ha mai avuto a cuore la sorte del suo popolo: “Non mi piace perché non rispetta gli esseri umani, li tratta come pedine”.
Anna Politkovskaja ha avuto una vita avventurosa, ma non era in cerca dell’avventura e non aveva iniziato la sua carriera come corrispondente di guerra. Durante la prima guerra cecena (1994-1996), furono altri i giornalisti braccati sotto le bombe a Grozny. I reportage live della televisione indipendente Ntv, ora sotto il controllo del Cremlino, fecero molto per convincere l’opinione pubblica russa della futilità del conflitto. In quel periodo, la Politkovskaja si occupava di problemi sociali, soprattutto dello stato in cui versava il sistema sanitario, gli orfanotrofi e gli anziani. “Ero interessata a ridar vita alla tradizione giornalistica pre-sovietica dell’inchiesta sociale”. Furono queste inchieste che la portarono in contatto con i rifugiati provenienti dal Caucaso del nord e la spinsero, per seguire le sue storie, a decidere di recarsi là dove nessun giornalista osava più metter piede.
La scrittice era pronta ad ammettere che all’origine della seconda guerra (1999-2000) vi fosse la provocazione dell’ala più estremista del movimento separatista e che la Russia doveva reagire. “È il modo in cui la Russia ha reagito che è immorale. Il mio paese ha lanciato una guerra totale contro la popolazione civile”. I suoi dispacci dal fronte non erano diversi dagli articoli sugli anziani a Mosca: puntava il suo sguardo sulla vita quotidiana di uomini e donne “piccoli”, che non sono protetti dalle autorità e che non vengono ricompensati per i loro atti di coraggio. La storia del colonello russo che ha salvato 89 anziani dalle rovine di Grozny, del giovane ceceno che non riceve la ricompensa promessa per le torture subite, delle tangenti che le famiglie delle reclute devono pagare per ottenere il corpo dei loro figli morti nel conflitto erano la continuazione diretta degli scritti dei primi anni novanta.
Uno dei suoi articoli più belli è, a mio parere, “Un cane malato in una grande città”, pubblicato su “Novaja Gazeta” nel dicembre 2005. È la storia di un cucciolo che la Politkovskaja adotta per poi scoprire che è seriamente malato e vittima di maltrattamenti. Tutti le consigliano di liberarsi al più presto di questa bestia grande e grossa che ha paura di tutto e passa le giornate nascosta sotto i tavoli, e lei si rifiuta. L’opera della Politkovskaja si inserisce nella tradizione letteraria russa che narra la cosidetta “tragedja malen’kogo cheloveka” (la tragedia del piccolo uomo), che annovera Gogol, Tolstoj e Dostoevskij.
A un certo punto della sua vita, Politkovskaja aveva deciso di unire alla parola scritta l’azione civile. Lei stessa disse di non essere solo una reporter. In un’intervista al quotidiano inglese “The Guardian”, dichiarò due anni fa: “Sì, sono andata oltre il mio ruolo di giornalista. Mettendo da parte il mio ruolo di giornalista ho imparato cose di cui non sarei mai venuta a conoscenza se fossi rimasta una semplice giornalista, che sta ferma nella folla come tutti gli altri”.
Politkovskaja apparteneva a quella schiera di dissidenti pacifisti e nonviolenti dell’Unione Sovietica che, dagli anni settanta in poi, avevano adottato una strategia pacifica e nonviolenta per mettere in luce le menzogne e l’autoritarismo del regime. Il regime rifiutava di ammettere di essere un regime autoritario e mentiva a se stesso e al resto del mondo con la retorica socialista. Il “difensore dei diritti umani” del periodo tardosovietico fingeva di prendere sul serio i diritti stabiliti nelle leggi e nella costuituzione socialista e utilizzavano tutti i mezzi legali per farli valere. Era una tecnica che ha fatto scuola.
La Politkovskaja aveva deciso di smascherare le menzogne del suo paese attraverso i canali che lo stesso stato russo aveva creato. Ogni volta che documentava un’atrocità o un’ingiustizia, andava a chiederne conto alle autorità preposte attraverso lo strumento dell’intervista giornalistica. Il suo stile era diretto, semplice, niente affatto narcisistico (a differenza di altre “interviste alla storia”): voleva sapere chi era responsabile e voleva guardarlo negli occhi. Dopo l’intervista passava alla denuncia. Ad esempio, in questi giorni si stava preparando a testimoniare in un processo contro il primo ministro della Repubblica cecena Ramsan Kadyrov, da lei accusato di aver usato i suoi servizi di sicurezza per rapire e torturare civili a scopo di estorsione. Aveva sul suo tavolo di lavoro le foto di due uomini, un russo e un ceceno, che erano stati “rapiti, torturati e uccisi”. La vittoria, quando c’era, era triplice: rendeva giustizia alle vittime, puniva i carnefici e introduceva elementi di giustizia nel sistema giudiziario russo.

Il pomeriggio del 7 ottobre 2006 una donna non più giovane e non più bella fa la spesa al supermercato sulla Frunzenskaja, la strada che costeggia il fiume di Mosca. Non si cura di tingersi i capelli ma porta un paio di occhiali alla moda, unica concessione, unica civetteria femminile.
È divorziata e ha due figli ormai grandi, che vede poco. Vive con un grosso cane malato in un appartamento in affitto. È appena tornata dall’ospedale dove è ricoverata la madre, che soffre di cancro. I medici dicono che non ci sono speranze. La sorella è appena giunta in città per starle vicino nell’ultima fase della malattia. In questo momento le tragedie si accaniscono sulla famiglia: il padre, un ex diplomatico in pensione innamoratissimo della moglie, non è riuscito a reggere la notizia della malattia e qualche giorno prima, mentre usciva di casa per andare in ospedale, ha avuto un attacco di cuore che gli è costato la vita.
Anna compra alimentari e, nella farmacia del supermercato, alcuni articoli sanitari che potrebbero tornare utili in ospedale. In tutto, tre borse. Sale sulla sua macchina, una Vaz-2110 grigia, mette le borse nel sedile nel retro e guida verso l’appartamento al numero 8-12 della Lesnaja Ulitsa, in un quartiere abbastanza elegante. Parcheggia la macchina a pochi metri dall’entrata del palazzo e sale in casa con due borse. Sono le 4 e 5 del pomeriggio. Non piove. Dopo poco esce per riprendere il resto della spesa ancora in macchina. Sale in ascensore e scende al primo piano.
Uscita dal cubicolo, si trova di fronte un uomo magro, alto circa un metro e ottanta, vestito di scuro, che è entrato nel palazzo da qualche minuto. Indossa un cappello da baseball e non si cura troppo di nascondere il suo volto. Conosce il codice di accesso noto solo ai residenti. Anche lui viene dal supermercato sulla Frunzenskaja. Insieme a una donna sulla trentina, ha comprato alcuni medicinali. Sono le 4 e 10. Ha con sé una pistola Izh col silenziatore e il numero di serie cancellato. Spara tre volte. I primi due colpi colpiscono la sua vittima al cuore, e sono mortali. Il terzo raggiunge la spalla destra. Un quarto colpo, per sicurezza, è alla testa. Il corpo resta riverso all’ingresso dell’ascensore, in una pozza di sangue. L’uomo getta la pistola ed esce in strada. Dopo cinque minuti una vicina che voleva usare l’ascensore trova il cadavere e compone il numero delle emergenze, lo 02. Sono le 4 e 21. L’omicidio cade il giorno del 54esimo compleanno del Presidente Putin. Anna Politkovskaja nata Mazepa, 48 anni, viene seppellita il 10 ottobre 2006 al cimitero Trojekurovo di Mosca. Lascia due figli, Ilja, di 28 anni, e Vera, di 26, la madre, la sorella, un ex marito e il cane.

Federico Varese 

http://www.lostraniero.net/archivio-2006/46-novembre/271-lomicidio-di-an...

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