Baciare come il Padrino: perché ai boss piace Hollywood. FerraraItalia, 02.III.2016 [In Italian]

Baciare come il Padrino: perché ai boss piace Hollywood

FerraraItalia, 2 marzo 2016

Federico Varese

02 mar 2016

Nell’ottobre scorso, il boss del narcotraffico messicano ‘El Chapo’ Guzman invita l’attore americano Sean Penn e la stella messicana Kate del Castillo nel proprio nascondiglio sulle montagne. La ragioneè un’intervista che porterà poi alla cattura di Guzman. Perché correre un tale rischio? ‘El Chapo’ non cerca semplicemente di passare una serata con due celebrità. Vuole che Hollywood realizzi un film sulla sua vita. Quanto accaduto ci ricorda che il cinema e il crimine organizzato sono attratti l’uno dall’altro in vari modi.

In primo luogo, gli sceneggiatori e i produttori saccheggiano la vita reale per prenderne ispirazione e portare sul grande schermo storie coinvolgenti per il pubblico. Negli Stati Uniti degli anni ’30, una schiera di film erano basati sulle sparatorie dell’età del Proibizionismo e sulla vita di Al Capone. E’ il caso di “Piccolo Cesare” (1930), “Nemico pubblico” (1931) e “Scarface” (1932). Oggi molti di noi rimangono incollati alla tv per vedere la bella serie “Narcos” sulla vita di Pablo Escobar, prodotta da Netflix. E i mafiosi non si limitano a rimanere solo soggetti cinematografici. Si interessano scrupolosamente della propria immagine sullo schermo e, se gli piace, modellano i propri comportamenti su ciò che vedono nelle pellicole. "Piccolo Cesare" con protagonista Edward G. Robinson (1931) “Piccolo Cesare” con protagonista Edward G. Robinson (1931) Il primo film con protagonisti dei gangster “Musketeers of Pig Alley”, diretto da David W. Griffith nel 1912, racconta la storia di un criminale da quattro soldi che si innamora di una giovane donna e la protegge da un altro uomo che vuole approfittarsi di lei. Il protagonista Snapper Kid, cammina in modo spavaldo, mani nelle tasche della giacca di colore chiaro, nella quale nasconde una pistola, e veste un cappello ‘pork-pie’ nero (simile a quello indossato da Buster Keaton) tirato sulla fronte. È più elegante dei suoi scagnozzi e degli altri membri della gang, e ne va orgoglioso. Il cortometraggio (17 minuti) è ambientato a Manhattan, nel periodo in cui il quartiere era controllato da potenti gang. Quando esce, Al Capone – nato egli stesso a New York – ha tredici anni. Si unisce a una di quelle gang e vede il film. “Musketeers of Pig Alley” ha un tale impatto su di lui e sugli altri ragazzi della banda, che cominciano a emulare gli atteggiamenti e lo stile di abbigliamento visti sullo schermo. Gli storici, infatti, fanno risalire lo stile gangster a questo film muto.

“Il padrino” (1972) è il film che i criminali italo-americani amano di più. Anche prima che esca, l’Fbi intercetta una conversazione telefonica fra mafiosi nella quale si discute il cast. Quando arriva nelle sale, i componenti delle organizzazioni mafiose lo guardano più e più volte. Louie Milito, un membro della famiglia Gambino ucciso nel 1988, “lo ha guardato seicento volte”, scrive la moglie nella propria autobiografia. Dopo averlo visto, Milito e i suoi “si comportavano come gli attori del Padrino, baciandosi e abbracciandosi…e usando battute del film. Un paio di loro iniziano a studiare italiano”, assicura la signora Milito.

Il sociologo italiano Diego Gambetta ha sottolineato l’importanza dei film per le mafie. Poiché è illegale appartenere a Cosa Nostra sia in Italia che negli Usa, gli affiliati non possono mostrare apertamente la loro affiliazione (al contrario di quanto avviene in paesi come il Giappone). La mafia vuole costruire un’identità che tutti sono in grado di riconoscere, ma non può farlo legalmente. I film permettono ai mafiosi di essere riconosciuti da un vasto pubblico come membri di un’organizzazione altrimenti segreta. Comportandosi come i gangster sullo schermo, ci fanno sapere che essi sono i veri mafiosi. Le loro vittime ci penseranno due volte prima di opporsi alle richieste di un uomo che si atteggia e parla come Don Vito Corleone. Il paradosso è che i boss (veri) modellano la propria immagine su quella (fittizia) che appare al cinema per apparire più credibili per le strade di New York o di Palermo. Questo meccanismo e’ presente in realta’ nella storia culturale di molti peasi: ad esempio, le regole della cavalleria adottate dai cavalieri del Trecento e del Quattrocento erano tratte dal ciclo di Re Artù. Le spie dei nostri giorni chiamano la loro organizzazione ‘il circo’, un’espressione inventata dallo scrittore John Le Carré, come lui stesso mi ha detto. La peculiarità, nel caso delle organizzazioni criminali, è che i film agiscono in maniera involontaria come una grande macchina pubblicitaria. Poco importa che la rappresentazione cinematografica non sia perfettamente accurata.

La maggior parte delle famiglie della mafia italiana, ad esempio, non sono formate da persone imparentate fra loro e difficilmente un figlio succede al padre come boss, al contrario di quanto avviene nel “Padrino”. Mario Puzo ammise senza difficoltà di non aver avuto nessuna conoscenza parlicolare di Cosa Nsotra americana quando scrisse il suo libro, tuttavia per i criminali reali aveva catturato perfettamente l’essenza del loro mondo. Il Padrino è una storia d’amore, onore e morte che ha dato ai mafiosi senso ad una vita grezza e per nulla invibiabile. Non importa che i dettagli fossero piuttosto imprecisi.

Non si deve credere che i boss apprezzino tutti i film che parlano di loro. Mentre amano la trilogia del “Padrino”, non si sono mai entusiasmati per le opere di Martin Scorsese, come “Mean Streets” (1973), “Goodfellas” (1990) e “Casino” (1995). Anche “Donnie Brasco” (1997), la storia di un agente della Fbi che negli anni Settanta riesce a infiltrarsi nella famiglia Bonanno, non è gradito in certi ritrovi di Little Italy. Le narrazioni crude, nelle quali la mafia viene dipinta come una accozaglia di egoisti che spesso finiscono in galera, non giovano molto alla reputazione di queste organizzazioni. Lo stesso dicasi per i film che ridicolizzano i gangster, come “Analyze This” (1999), nel quale un boss ha bisogno di uno psichiatra, come ricorda Diego Gambetta nei suoi studi. Sospetto che Guzman volesse collaborare a un film sulla sua vita a patto di essere raffigurato come un padre dolce e amorevole, costretto a una vita da criminale a causa della povertà, in guerra contro rivali assetati di sangue che si meritano la morte (questo è ciò che emerge dall’intervista con Sean Penn pubblicata su “Rolling Stone”). Un film di questo tipo prodotto a Hollywood avrebbe diffuso l’immagine migliore del cartello di Sinaloa, guidato da Guzman, proprio nel mercato che vale di più: gli Stati Uniti. Di sicuro, il trafficante messicano avrebbe costretto i produttori americani a glissare sulle sue preferenze per ragazze minorenni, che si faceva portare nella sua cella da guardie corrotte (come riportato da “The New Yorker”), o sulle migliaia di donne e bambini che ha ordinato di uccidere, o sul fatto che la sua fuga dalla prigione nel 2015 non è stata poi così coraggiosa.

La tentazione delle organizzazioni criminali di scriversi il proprio copione è fortissima. È esattamente quanto è successo con la mafia giapponese negli anni Settanta. Kinji Fukasaku, che ha diretto “Battle Royale” (2000), nei tardi anni Sessanta era un giovane regista della Toei, una delle cinque maggiori case di produzione, specializzata in samurai e film di gangster. In un’intervista del 1997 Kinji Fukasaku rivelò che “un boss raffigurato in una delle mie pellicole voleva controllare il film prima che uscisse, quindi ha organizzato una proiezione alla Toei. Arriva, si siede e lo guarda”. Fortunatamente approvò il prodotto finale. Da quando la Yakuza cominciò ad esercitare un veto sui film, la Toei perse quote di mercato drammaticamente. Perché? Le trame cominciarno ad essere stereotipate, basate su una netta distinzione fra ‘bene’ e ‘male’, con un Yakuza emergente costretto a tradire il codice d’onore dell’organizzazione per obbedire un boss cattivo e, alla fine, con l’uccisione del boss cattivo il codice veniva ristabilito. I conflitti tipici della vita nei bassifondi delle grandi metropoli e i dilemmi morali dei migliori film di gangster giapponesi e americani – nei quali criminali provenienti dai livelli bassi dell’organizzazione si battono contro il sistema, ma sono loro stessi corrotti e destinati a soccombere– non venivano più prodotti dalla Toei. Questa è la lezione che Guzman e i suoi amici a Hollywood non hanno ancora imparato: quando il boss si siede sulla sedia del regista, commette un crimine; artistico, ma comunque un crimine.

 

Nota: Questo testo è una versione di un mio articolo pubblicato il primo febbraio 2016 su Süddeutsche Zeitung. Ho affrontato temi simili anche su La Stampa, 15 gennaio 2016; e La Stampa 20 luglio 2014. Questi articoli sono disponibili sul mio sito, www.federicovarese.com

L’autore che ha per primo sottolineato come le mafie copiano il cinema è Diego Gambetta, in La mafia siciliana, 1993 e poi nel saggio sul cinema nel suo Codes of the Underworld, 2009. Lì cita il caso di Musketeers of Pig Alley. Io ho studiato come le mafie non solo copiano il cinema, ma vogliono controllare l’immagine che compare sullo schermo, in un saggio del 2006, uscito su Global Crime, e poi tradotto in Italiano dalla rivista Lo Straniero (2007). La biografia di Linda Milito è Mafia Wife, 2004.Cesare Martinetti ha scritto un bellisssimo reportage nel giugno del 1993 per La Stampa su come i mafiosi russi erano influenzati da La Piovra.

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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