Così il germe del populismo cresce anche nel villaggio che ha eletto Cameron. La Stampa 26.06.2016

Così il germe del populismo cresce anche nel villaggio che ha eletto Cameron

La Stampa 26.06.2016

Il 24 giugno inizia sotto l’insegna della normalità nella cittadina di Witney, otto miglia a Nord di Oxford, il punto d’ingresso nella pittoresca regione delle Cotswolds. Siamo in una delle zone più ricche d’Inghilterra, rappresentata alla Camera dei Comuni da David Cameron. La mia famiglia si sveglia, come qualunque altro giorno, intorno alle sette. Da circa due ore il mondo ha una nuova certezza: il Regno Unito ha deciso di lasciare l’Unione Europea. Lo choc del risultato si intreccia con le incombenze tipiche di una famiglia in perenne ritardo. Nulla sarà più come prima, eppure l’autobus che porterà nostro figlio più grande Sasha a scuola attende con una certa arroganza fuori dalla porta. Non possiamo farlo attendere e lasciarci prendere dallo sconforto, sentire gli amici o interrogarci sul futuro che ci attende nel nostro Paese adottivo. Evitando in zona Cesarini le ire dell’autista, riusciamo ad imbarcare Sasha sull’autobus. Ora tocca a me percorrere la strada che ci separa dal centro di Witney dove sorge la scuola di Edgar, il più piccolo.

Quando finalmente mettiamo piede fuori casa, nulla sembra essere cambiato. Witney continua ad essere il luogo ideale dove filmare gli episodi della serie televisiva «L’ispettore Barnaby». Case costruite tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento lasciano il posto a cottage col tetto di paglia e a palazzotti signorili, pub e ristoranti si affiancano a negozi di antiquariato e boutique. La criminalità qui consiste in un ragazzo un po’ brillo che ha fatto a botte con un amico il sabato sera, come racconta la «Gazzetta di Witney», il giornale locale che esce una volta la settimana. Il traffico è sostenuto, ma presto raggiungiamo l’oasi del Church Green, l’area verde di fronte alla cattedrale. Ai due lati della chiesa sorgono la scuola elementare frequentata da mio figlio e il liceo cittadino. Il ciarlare delle madri e padri in attesa della campanella d’ingresso si interrompe d’improvviso quando io e una mamma polacca ci mettiamo in fila. Per quanto qui abbia vinto il «Restiamo in Europa», la maggioranza è stata risicata. Le scuole pubbliche del centro riescono ad accettare solo un terzo dei bambini che fanno domanda. Figli di polacchi, cechi, italiani e ungheresi prendono il posto degli inglesi. Che l’onda anti-europea stesse montando cominciò ad essermi chiaro quando una madre inglese mi disse diversi giorni fa che avrebbe votato per la Brexit: «Ci sono troppi rifugiati siriani in città». La virtù tutta inglese di dissimulare i propri pregiudizi in nome della civiltà era finita. La mia giornata continua all’Università dove insegno. Se l’Unione Europea è vista come la fonte di tutti i mali nella provincia inglese, nei centri del sapere è considerata un’ancora di salvezza di fronte ai tagli del governo. Le università inglesi ricevono circa 500 milioni di sterline l’anno dall’Unione Europea. I fondi europei servono a pagare gli stipendi di un piccolo esercito di ricercatori e di studenti di dottorato, e a mantenere il buon livello della nostra produzione scientifica. Grazie a Brexit, il governo dovrà rinegoziare i trattati che regolano l’accesso a questi fondi, con esiti imprevisti. Si aggiunga che i cittadini europei che lavorano nelle nostre università dovranno in prospettiva ottenere un permesso di lavoro. Non vi è dubbio che, posti di fronte a complicazioni burocratiche, i ricercatori più preparati possano preferire altri Paesi. Vi sarà poi un effetto sugli studenti. Oggi i cittadini europei pagano le stesse tasse universitarie degli inglesi. In prospettiva, gli europei pagheranno tasse più alte, equivalenti a quelle degli studenti extra comunitari. Tale aumento potrebbe avere l’effetto paradossale di far salire gli introiti degli atenei più prestigiosi, i quali non hanno problemi ad attirare studenti ricchi da tutto il mondo. Ma avrà un effetto devastante per le sedi meno prestigiose, nel Nord del Paese. Chi sarà disposto a pagare fino a 24 mila sterline l’anno (tutto compreso) per un corso di lettere? Alcune università possono rispondere alla Brexit abbassando le tasse, ma il carico di insegnamento aumenterà, rendendo ancora più evidente la distinzione tra università di ricerca e università dedite esclusivamente all’insegnamento.

La mia prima giornata post Brexit volge al termine e finalmente ho il tempo di riflettere su cosa è successo. Il 23 giugno la democrazia rappresentativa è stata sostituita da una concezione plebiscitaria e populista della politica, proprio nel Paese che ha inventato il parlamentarismo. Abbiamo votato senza sapere quale saranno le conseguenze della nostra scelta, spinti da una stampa popolare sciovinista ed estremista. Spetterebbe ai governi soppesare i pro e i contro di scelte epocali e avere il coraggio di prendere una decisione. Di fronte alla scuola di mio figlio ritrovo in fila la stessa mamma che, raggiante, pensa che il voto per Brexit ridurrà il numero dei rifugiati siriani a Witney (i quali sono, in tutto, tre famiglie). Forse un giorno scoprirà che il referendum era su tutt’altro e che le scuole di Witney continueranno ad essere in crisi.

Il suono della campanella mi coglie di sorpresa: sto ancora pensando a questo nostro mondo assurdo, che produce pericolosi capipopolo che costruiscono le proprie carriere ingannando gli elettori. Ma penso anche alle persone che meritano di essere amate, come un bambino di sei anni anglo-italiano che ha appena concluso un altro giorno di scuola. E mi guarda felice.

*Professore di Criminologia alla Oxford University

Federico Varese*

http://www.lastampa.it/2016/06/26/cultura/opinioni/editoriali/cos-il-germe-del-populismo-cresce-anche-nel-villaggio-che-ha-eletto-cameron-Q61RIzM4MDHtDWaLxKK6xO/premium.html

 

 

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

Visit me on Facebook Follow me on Twitter Subscribe to Syndicate