Finita la fuga di “Zeta 40”. il re dei narcos messicani (La Stampa, 17/07/2013)


Finita la fuga di “Zeta 40”. il re dei narcos messicani



La Stampa, 17/07/2013


I cartelli hanno preso il controllo diretto di vaste aree del territorio messicano


Blitz della polizia a Nuove Laredo, catturato Miguel Angel Treviño

 

 

di Federico Varese


All’alba di lunedì un furgone percorreva la strada statale numero 1, che collega Monterrey e Nuevo Laredo, una cittadina che sorge sulla sponda messicana del Rio Grande. All’interno tre uomini, otto fucili automatici, centinaia di munizioni e due milioni di dollari in contanti. In cielo, un elicottero. I tre devono aver alzato gli occhi sopra le loro teste e capito che non vi era scampo. Non hanno opposto resistenza quando sono stati circondati da un’unità di terra sbucata dal nulla. Poche ore dopo, il governo messicano poteva vantare di aver arrestato Miguel Angel Treviño, il capo indiscusso del maggiore e più spietato gruppo criminale del paese, gli Zetas. L’arresto di Treviño segna un duro colpo per i narcos messicani, ma anche il primo risultato tangibile della nuova strategia del presidente Enrique Peña Nieto, eletto otto mesi fa.  


 


A quarantatré anni di età, Miguel Angel Treviño ha un pedigree criminale come pochi altri al mondo. Nato in una famiglia di piccoli commercianti di Nuevo Laredo, vive per un periodo a Dallas, in Texas, dove impara l’inglese. Dopo un apprendistato in una gang locale, entra negli Zetas, a quel tempo alleati del Cartello del Golfo, con la tessera numero 40 (per questo è noto come Z40). Treviño non proviene dall’esercito, come gli altri comandanti di questo gruppo di rinnegati che disertarono nel 1999. Eppure i suoi contatti al di là del confine, l’inglese impeccabile e la ferocia ne fanno un elemento di spicco dell’organizzazione. Treviño firma le esecuzioni con una tortura di sua invenzione, bruciando vive le sue vittime in un barile di benzina. Allo stesso tempo, sotto la sua leadership, gli Zetas ampliano il raggio d’azione, oltre il traffico di droga: chiedono il pizzo, controllano il mercato dei rapimenti e soprattutto quello dei clandestini che cercano di attraversare il Rio Grande per entrare negli Stati Uniti. Treviño è accusato tra l’altro di aver rapito e ucciso 265 migranti che (in episodi diversi) si erano rifiutati di trasportare droga o di pagare la «tassa» agli Zetas. Come sempre nel mondo del crimine organizzato, l’uso spregiudicato della violenza va di pari passo all’acume organizzativo e commerciale. 



 


 

Questo arresto segna il primo risultato tangibile della nuova strategia del presidente Enrique Peña Nieto. Diversi funzionari del Dipartimento di Stato americano avevano espresso il timore che il nuovo presidente, esponente del Partito Rivoluzionario Istituzionale, intendesse stringere un patto di non belligeranza con i cartelli. Al contrario, Peña Nieto ha continuato la lotta al narcotraffico. Ad esempio, il suocero di Joaquin «El Chapo» Guzman (capo del cartello di Sinaloa) è stato arrestato il primo maggio di quest’anno. Ma la strategia è cambiata. Il predecessore di Peña Nieto aveva mobilitato l’esercito nella lotta al narcotraffico. Molti analisti concordano nel ritenere che quell’approccio sia alla base dell’escalation della violenza degli ultimi anni, che ha fatto dal 2007 circa 70.000 morti. L’esercito ingaggiava vere e proprie battaglie campali con i narcos, i quali erano ben equipaggiati e in grado di rispondere al fuoco. Inoltre, i cartelli possono contare su una vasta mano d’opera di disperati pronti a tutto in Guatemala e Ecuador. L’esercito non aveva la struttura di intelligence per portare a termine operazioni mirate ad catturare i capi e quindi faceva arresti indiscriminati. E così negli ultimi anni è cresciuto in maniera esponenziale il numero di vittime innocenti e gli abusi dei diritti umani.  


Il nuovo governo vuole togliere la lotta al narcotraffico dalle mani dell’esercito e rimetterla in quelle del Ministero dell’Interno. Il narcotraffico è, per la nuova amministrazione, una questione di ordine pubblico, da affidare alla polizia. Esso si sconfigge combattendo anche la zona grigia che affianca i narcos, come i professionisti e le istituzioni finanziarie compiacenti, e aumentando il senso di fiducia nelle istituzioni statali. Chiave di questa strategia è la creazione di una nuova forza di polizia, progetti di sviluppo locali e la lotta alla corruzione. Per ora vi è stata una riduzione del 18% negli omicidi negli ultimi sei mesi, ma le cifre assolute continuano ad essere agghiaccianti.  


 


Vi è una pornografia della morte che i media occidentali amano sviscerare. Eppure c’è un Messico che pochi conoscono, intorno alla città di Puebla, una delle zone con la crescita economica più alta al mondo, come ricorda un saggio recente apparso in «Foreign Affairs». Il Messico è oggi l’undicesima economia del mondo e dovrebbe crescere l’anno prossimo del 3,8%. Esiste un Terzo Messico, oltre i narcos e il sottosviluppo. Ma il futuro di questa comunità è legato in maniera inestricabile alla «war on drugs» Usa. Fino a quando gli Stati Uniti continueranno a considerare il consumo di droga come un atto criminale e non un problema medico, e ad incoraggiare solo la repressione militare, i media continueranno ad occuparsi di psicopatici assassini come Miguel Angel Treviño. E di coloro che verranno dopo di lui. 


http://www.lastampa.it/2013/07/17/esteri/finita-la-fuga-di-zeta-il-re-dei-narcos-messicani-a0efw5LWHF9j0Nm6WmbCMJ/pagina.html


 

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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