GARANTE TRA COSCHE E NARCOS (In Italian, La Stampa 07/07/2013)

GARANTE TRA COSCHE E NARCOS


La Stampa, 07/07/2013


di Federico Varese


Roberto Pannunzi, detto Bebè, arrestato due giorni fa a Medellin, è solo l’ultimo di una serie di italiani coinvolti nel narcotraffico a finire in galera in Colombia. Piuttosto che un generico ruolo di broker, personaggi come Pannunzi sono dei garanti di complesse operazioni intercontinentali tra le cosche italiane e i narcos colombiani. Essi si impegnano affinché i patti vengano rispettati e, se qualcosa va storto, ci rimettono la pelle. Le recenti operazioni congiunte tra le polizie italiane e colombiane servono anche a capire come stanno cambiando gli equilibri del narcotraffico.


Il 26 aprile di quest’anno, due settimane dopo un incontro segreto a Roma tra gli investigatori, l’Interpol arresta Domenico Trimboli nel Barrio Laureles di Medellin. Due giorni dopo viene fermato in una fattoria di Santa Fe de Antioquia Santo Scipione. I due italiani erano il trait d’union tra narcos e le cosche `ndranghetiste della costa ionica. Ma pochi ricordano che il primo arresto di questa vasta indagine risale al 2010, quando finisce dietro le sbarre Enrico Muzzoli, un friulano nato a Nizza che dalla Colombia organizzava spedizione di cocaina attraverso container, barche a vela e corrieri per rifornire il mercato lombardo. (Muzzoli era già stato arrestato in Colombia nel 2007). A questa lista va aggiunto Iacomino Tomasso, rintracciato in un modesto quartiere a sud di Bogotà. Tomasso, arrestato lo scorso febbraio, era l’anello di congiunzione con la camorra, dopo essere stato a lungo il braccio destro di Bernardo Provenzano. Dal 2008 sono state catturate 64 persone in Colombia che la polizia locale ritiene coinvolte nel traffico di droga con l’Italia.


Questi individui svolgono un ruolo cruciale. Organizzare un commercio illegale tra due paesi così distanti tra loro è un’operazione complessa. Bisogna mettersi d’accordo sul prezzo, sui tempi, su chi paga in caso il carico venga intercettato. Non esiste nessun ‘tribunale’ cui rivolgersi se i patti non vengono rispettati. Uno dei metodi più efficienti di garantire uno scambio illecito è di offrire un ostaggio. Egli diventa il garante del patto, esattamente come accadeva con i matrimoni tra case reali d’Europa nel medioevo e nell’Europa moderna. L’ostaggio, che nel caso degli italiani in Colombia spesso ha moglie e figli nel paese latinoamericano, ha tutto l’interesse a che nessuno menta e che i patti vengano rispettati. È vero che molte organizzazioni criminali—come i narcos e l’`ndrangheta—hanno un orizzonte di lungo periodo e quindi ci si potrebbe aspettare che la fiducia reciproca nasca attraverso scambi ripetuti nel tempo, senza bisogno di garanti di sorta. Ma la lettura degli atti e delle intercettazioni rivela che il mondo della criminalità internazionale è molto più turbolento rispetto a quello descritto dai manuali di economia aziendale. Gli individui che negoziano i carichi possono venir arrestati o uccisi nel breve periodo. Inoltre la `ndrangheta sembra essere sempre a corto di soldi e cerca costantemente di rinegoziare gli accordi sottoscritti. Chi fa da garante rende quindi un servizio ad entrambi le parti di questo scambio illegale. Non è un caso che proprio Pannunzi di recente fosse intervenuto nella vicenda di un boss siciliano tenuto in ostaggio dai narcos perché  lo scambio era andato male e i narcos volevano la restituzione del denaro. Questa era l’occupazione principale di questo lavoratore del “terziario” della criminalità internazionale. Per quanto l’appellativo di “Escobar  italiano” per Bebè Pannunzi possa servire ad attirare l’attenzione durante una conferenza stampa, esso è fuorviante. Non esiste un garante unico per tutte le organizzazioni italiane o europee. Infatti lo stesso Trimboli lavorava sopratutto con le cosche della fascia ionica reggina.


Gli italiani che operano in Colombia sono per lo più ricercati nel loro paese di origine e preferiscono incontrare i partners in Spagna, Portogallo oppure in Francia. Le inchieste recenti mostrano che le spedizioni sono piuttosto modeste, dai 50 e 100 chili, e i negoziati per ogni carico sono complessi. Le rotte vengono discusse a lungo prima di dare il via libera ad un viaggio che richiede non meno di sei settimane. I cargo partono dalla Colombia, attraversano il canale di Panama per poi raggiungere l’Europa. Uno snodo del traffico è la città spagnola di Cartagena. Una volta che la droga entra in Italia, i fondi vengono trasferiti attraverso banche compiacenti. È anche possibile, per una sovra-tassa, assicurare il carico. In caso esso venga intercettato, ne verrà rispedito un’altro.


Nonostante l’emergere del Messico come centro di smistamento della cocaina, gli italiani continuano a sentirsi a proprio agio in Colombia, un paese produttore dove i conflitti tra narcos sono molto più limitati. È poi noto che i messicani hanno l’ambizione di distribuire direttamente la cocaina in Europa, in modo da aumentare a dismisura i loro guadagni. L’Italia deve quindi concludere al più presto le lunghe trattitive e firmare gli accordi bilaterali con la Colombia, come richiesto ripetutamente dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria (e protagonista di queste indagini) Nicola Gratteri. Gli arresti di questi ultimi anni dimostrano che il paese latino-americano non è più la narcodemocrazia sognata da Pablo Escobar. Mentre i ricercati italiani sfuggono alla nostra giustizia, essi vengono acciuffati nelle strade di Medellin.


 


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"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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