Il Manifesto dell'Antimafia di N Dalla Chiesa (La Stampa 22.07.2014)

Il Manifesto dell’Antimafia di Nando dalla Chiesa

Il movimento antimafia in Italia è ad un bivio e il Manifesto dedicatogli da Nando Dalla Chiesa (Einaudi 2014) può servire ad affrontare meglio il futuro. Lo stesso autore qualche mese fa gettò un sasso di notevoli dimensioni in questo stagno con un articolo dove denunciava il “circo” che si era costruito dietro le insegne della lotta alla criminalità organizzata in Italia, prendendo spunto dall’arresto della sindaca di Isola di Capo Rizzuto e della rappresentante delle “donne di San Luca”, la prima accusata di rapporti con un clan della `ndrangheta e la seconda di aver usato fondi pubblici per spese private ed allegre (i processi sono in corso).

Vi sono state senza dubbio infiltrazioni di personaggi poco raccomandabili nel variegato mondo dell'Antimafia: pentiti scarsamente credibili che dispensano patenti di eroismo verso alcuni e fango verso altri, premi farlocchi intitolati alle vittime, imprese colluse che si iscrivono ad associazioni anti-pizzo. Ma il problema non si ferma lì. Il movimento per continuare ad incidere in Italia—ci avverte Dalla Chiesa in questo saggio—deve entrare nell’età adulta. Come? Innanzi tutto bisogna sforzarsi di capire meglio il proprio nemico, usando gli strumenti più sofisticati della ricerca sociale, senza l’ansia di spararla grossa pur di strappare un applauso. Ad esempio, sia nel Manifesto che in un rapporto presentato di recente a Torino, Dalla Chiesa e i suoi collaboratori confermano un dato già suggerito da me e da altri studiosi, oltre che dimostrato da diverse inchieste: il radicamento al Nord della `ndrangheta parte dai piccoli comuni, dove poche centinaia di voti di preferenza bastano a far eleggere un consigliere comunale. Le amministrazioni locali hanno potere decisionale su appalti, licenze edilizie, lavori pubblici e sono in grado di regolare i mercati come quello dell’edilizia, un settore quanto mai popolato da imprese vittime o colluse con la criminalità organizzata. Appoggiare un politico locale che potrebbe fare carriera è una strategia insidiosa ed efficace.

La tesi della centralità dei piccoli comuni potrebbe però apparire come meno scioccante della visione più alla moda di una mafia globalizzata, installata nei quartieri alla moda di Milano e Londra, “liquida”, che investe in borsa e manda il figli al MIT di Boston. “La mafia non è più quella della coppola e della lupara” si sente dire ad ogni dibattito su questo tema. L’idea che queste organizzazioni siano delocalizzate e quindi in grado di riprodursi in ogni angolo del pianeta, a dispetto di tutto e di tutti, fa a pugni con i dati empirici: ad esempio, solo una parte limitata del Nord è stata colonizzata. Se vogliamo davvero capire perché in alcune zone fenomeni di governo criminale del territorio sono più prevalenti che in altre zone, dobbiamo distinguere, e smettere di gridare “al lupo” anche quando si intravede a mala pena un agnello. La tesi seducente della mafia liquida è una variante di quella del “nuovismo”, l’idea che ogni dieci anni la mafia muti pelle. Dalla Chiesa ricorda la polemica di Giovanni Falcone contro coloro che un giorno sì e l'altro pure scoprivano nuove forme e modalità operative di Cosa Nostra. Purtroppo la mafia in Italia ha un sapore antico, fatto di terra e di sangue.

Vi è un ulteriore effetto diseducativo della “ignoranza militante,” come la definisce l'autore: il mafioso diventa un super uomo, sempre in grado di mettere in buca le forze dell’ordine e la società civile. È quasi impossibile leggere di mafiosi che fanno errori, che si sbagliano, che falliscono nei loro piani di investimento o di trapianto. In questa letteratura essi assumono le sembianze del fantomatico Ernst Stavro Blofeld, capo della Spectre e acerrimo nemico di James Bond; non potrebbero mai comparire nei romanzi di Graham Greene o di John Le Carré, dove nessuno è infallibile, nemmeno i cattivi. L’immagine speculare di Ernst Blofeld è l'Eroe positivo. Dalla Chiesa stigmatizza l'alone di eroismo/vittimismo che circonda certe figure iconiche. Tale mitizzazione produce forme di deresponsabilizzazione individuale: digitare il tasto “mi piace” su Facebook quando compare l’ennesimo post impegnato dà la sensazione di aver fatto qualcosa di concreto.

Oltre alla conoscenza vi è l’impegno. L’autore rende il dovuto onore a chi ha in questi anni ha agito con determinazione e concretezza per rendere la vita un poco più leggera alle vittime della mafia. L’esempio che amo di più è l’esperienza degli studenti e delle studentesse dell’Università di Milano che per due anni si sono dati il turno al Palazzo di Giustizia per non lasciare sola Denise, la figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, bruciata viva dal marito nel 2009. Mentre gli assassini di Lea potevano contare su tantissimi familiari nell’aula del processo, Denise era sola, poiché i propri parenti erano dall’altra parte della legge e della decenza umana. È questo il tipo di solidarietà concreta da cui può ripartire il movimento che sta a cuore a Dalla Chiesa. Grazie al suo Manifesto, questi nostri figli avranno uno strumento in più per portare a termine il compito del presente, quello che noi genitori non siano riusciti a fare: liberare l’Italia dalla mafia.

 

 

 

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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