Just back from the Venice Film Festival. See here my review of The Iceman and Il Gemello [in Italian]

Per una coincidenza di cartellone, oggi La Mostra del Cinema di Venezia ha presentato due film sul mondo della criminalità organizzata, The Iceman di Ariel Vromen e Il Gemello, di Vincenzo Marra,. Mentre il primo è un esercizio competente che nulla aggiunge ai tanti film sui “Bravi Ragazzi” italo-americani, la seconda è un’opera toccante e istruttiva.


Iceman segue la carriera di Richard Kuklinski, un killer per la famiglia mafiosa dei Gambino di New York. Se avete visto “Quei Bravi Ragazzi”, potete indovinare quasi il novanta percento degli snodi drammatici: figlio d’immigranti polacchi, Richard si fa un nome come uomo senza scrupoli fino a essere notato da Roy DeMeo, che lo assolda per commettere (sembra) un centinaio di omicidi. Il giovane Kuklinski (interpretato da Michael Shannon) incontra Deborah (Winona Ryder), la futura moglie che gli scuce qualche parola durante una serata e se ne innamora. Richard è profondamente legato alla sua famiglia, ama la moglie, manda le figlie a una scuola cattolica e organizza simpatiche cenette tra amici. Il film suggerisce che fu proprio l’aspirazione borghese di offrire alla famiglia una vita agiata che spinse Kuklinski a lavorare per DeMeo, interpretato da Ray “Quei Bravi Ragazzi” Liotta. Richard perde la calma solo quando i suoi cari sono in pericolo. Come nei più prevedibili copioni, il padre di Richard picchiava il figlio selvaggiamente, e per questo motivo il futuro killer era diventato insensibile alla violenza.

Per rendere la narrazione lineare e prevedibile, Vromen glissa su aspetti cruciali del vero Kuklinski, come le percosse di cui era vittima la moglie e la sua dipendenza dal gioco d’azzardo. In questo modo, il film ci fa credere che l’unica aspirazione di criminali efferati come Kuklinski sia partecipare al grande sogno americano, comprare casa in un quartiere bene e mandare le figlie in una scuola privata. Vi è in realtà un rapporto ben più stretto tra lavoro e mura domestiche. I demoni di Kuklinski erano complessi e le sue vittime non erano solo i corpi senza vita che abbondano in The Iceman.

Se vogliamo imparare qualcosa sull’universo mentale e umano di coloro che si ritrovano dietro le sbarre, dobbiamo vedere “Il Gemello”, di Vincenzo Marra. Di questo regista avevo ammirato L’udienza è aperta (2006), uno sguardo senza filtri sul funzionamento della giustizia a Napoli. Ora Marra va dietro le sbarre e decide di raccontarci la vita di Raffaele, un 29enne che deve scontare una pena di sei anni per una serie di rapine. La troupe ha avuto il permesso di filmare tutte le fasi della vita di Raffaele: entriamo nella sua cella, nei corridoi, nella stanza dei colloqui con i familiari, nell’area dove avviene lo smaltimento di rifiuti e negli uffici dell’istituto di pena. Rivelatrici sono le conversazioni con Domenico Manzi, quaranta anni, ispettore capo del reparto Adriatico del carcere di Secondigliano, specializzato in scienze socio-penitenziarie. Manzi è a tutti gli effetti il co-protagonista del film, arriva ad aprirsi con Raffaele in conversazioni tra due uomini che si raccontano le loro diversissime vite.

Cosa si impara da “Il Gemello”? Una lezione è che non si può sempre accusare i padri per le colpe dei figli. Il genitore di Raffaele, con un buon posto alla base Nato di Bagnoli, decide di abbondare la Campania per andare a vivere nelle Marche, nella speranza di allontanare i figli dal crimine. Purtroppo il piano fallisce ed è proprio il padre a far arrestare il figlio latitante. Raffaele è consapevole di aver fatto scelte che non erano scontate neppure in un ambiente che è spesso descritto come completamente permeato d’illegalità. Non solo scopriamo che il carcere è affollato e gli spazi sono angusti, ma vediamo come questi spazi sono curati, puliti e resi umani dai carcerati (“sembrano delle suite,” dice una guardia). L’unica speranza per sopravvivere in un’istituzione totale è mantenere l’ordine e Raffaele ha una passione maniacale per la pulizia. Viene alla mente la tesi di Primo Levi su I Sommersi e Salvati, non s’impazzisce in carcere se ogni giorno prendiamo cura di noi stessi e dei nostri spazi.

Chi studia la Camorra impara anche che un picciolo spacciatore deve tassativamente ottenere il permesso per vendere la roba. Il concetto piuttosto astratto di “controllo del territorio” è esemplificato dal destino del cugino di Raffaele, ucciso per non aver chiesto l’autorizzazione al capozona. Sembra quindi che vi sia una distinzione piuttosto netta tra Camorristi che concedono permessi e “licenze” informali, e criminali che pagano i camorristi per poter operare in pace.

Marra ci restituisce la lingua e le metafore usate da Raffaele, ma non sente il dovere di spiegare tutto quello che avviene di fronte alla cinepresa. Ad esempio non sono del tutto chiari i motivi che spingono Raffaele a voler cambiare cella. Il regista preferisce far parlare i propri protagonisti i quali non ci dicono tutto. Emergono delle figure complessi, affascinati e profondamente vere. Una lezione ancora da imparare in certi zone di Hollywood.
 
(Il Mattino)

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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