La pirateria si combatte sulla terraferma (Messagero/il Mattino) 12.10.2011

La pirateria si combatte sulla terraferma

12 Ottobre 2011

Quando ho saputo dell’ennesimo attacco ad una nave italiana e della sua pronta liberazione da parte di un commando anglo-americano comandato dall’ammiraglio Mattesi, la mia mente è andata a un lembo di terra somala nota col nome di Puntland. E’ questa la nuova tortuga, la patria delle moderna pirateria, è qui dove sarebbero finiti Diego Scussat, Stefano Mariotti, Luca Giglioli e altri membri dell’equipaggio della Montecristo, ed è qui dove molto probabilmente sono tenuti prigionieri alcuni marinai della Savina Caylyn, l’altra nave italiana tutt’ora nella mani dei pirati somali. La Terra di Punt, famosa presso gli egizi per i giacimenti di oro, e’ ora uno stato semi-indipendente nel nordest della Repubblica Democratica Somala. E’ talmente difficile avere dati attentibili su questo lembo di terra che i governi occidentali e gli studiosi usano immagini satellitari, incrociate con dati sulle emissioni di elettricita’, per cercare di stimare gli effetti dell’industria criminale sullo sviluppo economico. E hanno scoperto alcune cose importanti, che ci servono a sfatare diversi miti sulla piratieria somala. Innanzi tutto questa industria criminale è strettamente integrata con l’economia locale. Il leader di una flottiglia ha dichiarato di recente: “Non crediate che tre persone si dividano un milione di dollari. Al contrario, saranno almeno trecento!” Secondo una stima attendibile, almeno 5000 somali sono direttamente impegnati nella pirateria e guadagnano dai 10,.00 ai 45.000 dollari l’anno, in un paese dove il reddito procapite è di $273. C’e’ persino una “borsa” informale dove e’ possibile comprare quote di aziende piratesche e i guadagni sono piu’ che rispettabili per gli investitori. Poiché alcuni degli ostaggi vengono fatti scendere a terra per evitare che la nava sia liberata da un bliz, nelle immagini satellitari si intravedono ristoranti di fortuna sorti nei pressi delle zone dove sono tenuti gli ostaggi (1016 persone erano in mano ai pirati somali nel 2010). I proventi della pirateria vengono reinvestiti nelle zone all'interno, soprattutto a Garowe, la capitale di Puntland dalla quale provengono gran parte degli uomini armati, e a Bosasso. Entrambe le città assicurano le basi operative dei pirati. Nonostante la crisi economica che ha colpito alcune zone della Somalia nel 2007, Garowe e Bosasso hanno continuato a crescere. Hotel, case di lusso, moschee, infrastrutture, scuole e universita’ sono state costruite senza sosta dal 2002. In una città vicina, Hobyo, una radio potentissima serve a dare le direzioni agli equipaggi in mare. Non ha quindi molto senso cercare di arrestare il ‘boss dei boss’. Quando ad un pirata e’ stato detto che le Nazioni Unite stavano cercando di congelare i suoi beni, questi ha risposto, “quali beni?” Il secondo mito che merita di essere sfatato è che Puntland sia una terra senza alcun governo. Al contrario, le forme di governo locale (cosidette ‘tribali’) sembrano essere molto efficaci e per alcuni osservatori producono risultati migliori di quelli prodotti dal regime dittatoriale di Siad Barre. Sembra che in queste aree vi sia una discerta certezza dei diritti di proprieta’ e nei contratti per scambi anche di lunga distanza, e forme condivise di giustizia. Cosa si puo’ fare dunque per combattare un fenomeno che è allo stesso tempo marittimo e terrestre? Senza dubbio il dispiegamento di flotte di diversi paesi e della Nato ha ridotto il numero di attacchi. Ma un effetto non voluto e’ stato quello di spostare il problema dal Golfo di Aden verso l’Oceano Indiano. Ora i pirati si spingono fino alle Maldive e al canale del Mozambico e sembrano essere diventati piu’ sofisticati e violenti. Altre misure sono utili. Ad esempio, i pirati catturati non devono essere rimessi in liberta’, come è accaduto in passato. Inoltre, il caso della Montecristo ha dimostrato l’utilita’ delle ‘panic rooms’, quelle aree fortificate dove l’equipaggio si puo’ nascondere e guidare la nave verso le flotte amiche. Ieri il ministro La Russa ha firmato un protocollo che permette di far salire sulle imbarcazioni i marines italiani, una misura richiesta a gran voce da molti osservatori. Non e’ chiaro quanto questo servizio costera’ agli armatori ed e’ possibile che alcuni cercheranno di risparmiare. Inoltre c’e’ il rischio di sparatorie che mettono in pericolo gli equipaggi. Ma tutte queste misure non fanno i conti con la realta’ profonda della pirateria somala: il fenomeno non sara’ sconfitto una volte per tutte fino a quando i paesi occidentali non saranno disposti ad impegnare risorse nella terra di Punt. Le aree costiere non beneficano dei proventi della pirateria come le due città e quindi possono essere piu’ sensibili ad una campagna per la legalita’. Inoltre diversi gruppi religiosi locali gia’ combattano il fenomeno. Una seria politica di aiuti umanitari unita alla presenza di unità di peacekeeping possono fare molto per debellare questa forma di criminalita’ e per lo sviluppo economico. E costerebbero di meno del dispiegamento di una flotta di centinaia di unita’ su un'area di mare sempre più vasta. La pirateria si combatte sulla terraferma.

 

Federico Varese (Messagero/il Mattino)

 

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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