Le parole-chiave delle elezioni inglesi: Scozia, Europa, Austerity e Coalizione

Breve guida alle elezioni del Regno Unito

di Federico Varese

Sono quattro le parole-chiave delle elezioni inglesi di giovedì: Scozia, Europa, Austerity e Coalizione. Iniziamo con la questione potenzialmente più esplosiva. Lo Scottish National Party (SNP) potrebbe vincere 59 seggi e diventare l’ago della bilancia del futuro governo. Quella che sembrava una sconfitta epocale nel referendum per l’indipendenza del 2014 si è tramutata nella riscossa dei nazionalisti. Vi sono diverse ragioni per le quali la Scozia, un tempo un feudo laburista, oggi volta le spalle ai partiti di Londra: l’industria pesante e i cantieri navali sono in declino, mentre il governo non sembra intenzionato a rispettare i patti della campagna referendaria. Ma soprattutto la leader dello SNP, la signora Nicola Sturgeon, ha dimostrato di essere una politica formidabile: ha vinto la sfida dei dibattiti televisivi dove ha sfoderato un carisma simile a quello della signora Thatcher, anche se la sue idee sono diametralmente opposte alla visione della Lady di Ferro e dei suoi eredi. Sturgeon ha collocato il partito alla sinistra del Labour e si è detta disponibile a sostenere un governo senza Conservatori, su un programma anti-austerity e europeista.

Va detto che il terremoto elettorale scozzese può rivelarsi meno profondo di quello che ci raccontano i sondaggi. Dato il sistema elettorale maggioritario secco di collegio, non importa quale sia la percentuale nazionale (o regionale) di un partito. Importa solo come votano gli elettori in collegi specifici, una volta che hanno difronte la scheda elettorale con sopra stampati i nomi dei candidati. In base a questi sondaggi più accurati, la vittoria dello SNP sarà più contenuta, ma nondimeno significativa: si parla di almeno 45 deputati (oggi ne ha 6).

Il partito conservatore, inorridito dalla possibilità di una coalizione tra laburisti e SNP, ha cercato di dipingere un’alleanza lab-nazionalista come illegittima. Questa strategia è razionale nel breve periodo: i conservatori non vinceranno alcun seggio in Scozia, quindi il loro bacino elettorale sono gli elettori unionisti del Galles, dell’Irlanda del Nord e soprattutto dell’Inghilterra. Questi ultimi non sono certo favorevoli ad ulteriori concessioni finanziarie a favore dei cugini che risiedono oltre il fiume Tweed. Ma nel lungo periodo questa tattica rischia di produrre una frattura insanabile tra le varie nazioni dell’Unione e portare alla spaccatura del paese. I conservatori non sembrano interessati a rifondare il patto nazionale tra le diverse anime del Regno, ma a vincere seggi in Inghilterra.

La seconda parola chiave di queste elezioni è Europa. Il partito conservatore si trova a fronteggiare un pericolosissimo avversario alla sua destra, lo Ukip di Nigel Farage, alleato del Movimento5Stelle nel Parlamento Europeo. Lo Ukip è arrivato primo alle elezioni europee del 2014, seminando il panico nelle file dei conservatori. Va aggiunto che molti elettori Tory, spalleggiati dalla stampa popolare, condividono con lo Ukip una profonda antipatia verso l’Europa e gli immigrati. Nel corso degli ultimi mesi, il leader David Cameron è riuscito sgonfiare la meteora Farage. Lo Ukip sembra destinato a vincere non più di tre seggi e a tutt’oggi Farage non è certo di essere eletto. Ma Cameron ha pagato un prezzo altissimo, promettendo agli inglesi un referendum sulla partecipazione del Regno Unito alla Unione Europea e facendo una aggressiva campagna anti-immigrati. Un partito tradizionalmente centrista e attento agli umori del mondo imprenditoriale costringerà il paese a mesi e mesi di incertezza, col rischio di perdere il referendum e ritrovarsi fuori dall’Unione. È significativo che gli alleati naturali dei conservatori, come la Confindustria e il settimanale The Economist, siano contrari al referendum e riconoscano il valore aggiunto della forza-lavoro (a buon mercato) che proviene dal Sud e dall’Est Europa.

La terza parola chiave è Austerity. Il partito laburista ha promesso di porre fine alla politica dei tagli alla spesa pubblica del governo di David Cameron. Allo stesso tempo dichiara di voler abbassare il debito pubblico, che continua a crescere (è passato da 67.1% del PIL nel 2010 a 89.4% di oggi). Nel discorso al Congresso del partito, il leader laburista Ed Miliband si dimenticò di citare la riduzione del debito, mettendo invece l’accento sulla crescita economica. Miliband è quindi poco credibile come campione dei tagli. Il leader laburista ha spostato il partito a sinistra, avanzando proposte per ridurre il costo della vita e le tasse universitarie, introdurre un limite agli affitti di Londra e investire in infrastrutture e nuove abitazioni. Un’alleanza con il partito scozzese spingerebbe il governo ancora più a sinistra, una prospettiva che terrorizza i moderati. Eppure molte proposte di Miliband sono popolari, come abolire i vantaggi fiscali per i residenti con redditi all’estero, limitare i profitti delle aziende private fornitrici di energia domestica e difendere il sistema sanitario nazionale.

L’ultima parola-chiave è Coalizione. Né Cameron né Miliband sono sono riusciti a convincere la maggioranza degli elettori. I conservatori sembrano destinati a conquistare 280-290 seggi, ben al di sotto della soglia di 326 necessaria per ottenere la fiducia in Parlamento. I loro alleati liberal-democratici dovrebbero vincere circa trenta seggi. Grazie all’appoggio dei nove Unionisti irlandesi, la coalizione uscente potrebbe avere una maggioranza molto risicata. Forse. In caso contrario, si aprirebbe la porta ad un governo laburista di minoranza, con l’appoggio esterno di scozzesi, gallesi, irlandesi socialdemocratici e verdi. C’è chi sostiene che la mia lista di parole-chiave è incompleta. Dovrebbe includere altri due concetti: Instabilità ed Elezioni Anticipate.

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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