Mafia e il cinema La Stampa 15.I.2016 [in italian]

<<El Chapo e tutti gli altri gangster che sognano Hollywood>>

La Stampa, venerdì 15 gennaio 2016

Le mafie subiscono una attrazione fatale verso il mondo dello spettacolo. Il capo del Cartello di Sinaloa, Joaquín «El Chapo» Guzmán, ha rischiato tutto pur di conoscere Sean Penn. L’incontro tra l’attore e il narcotrafficante in una zona remota della giungla messicana faceva parte del progetto di El Chapo di coinvolgere Hollywood nella produzione di un film sulla sua vita. Perché rischiare tanto per una pellicola?

I mafiosi sono avidi consumatori di cinema, dal quale imparano come comportarsi e vestirsi. Il primo caso in cui la vita ha imitato l’arte è quello di I moschettieri del vicolo dei porci, diretto da D. W. Griffith nel 1912. Il cortometraggio racconta la storia di un piccolo criminale che difende una sarta di cui è perdutamente innamorato. La morfologia di uno dei generi narrativi che avrà più fortuna nella storia del cinema è già ben delineata in questa opera: l’anti-eroe spinto a rubare dalla povertà protegge i deboli aderendo ad una morale alternativa a quella perbenista e borghese. Una solidarietà improbabile emerge tra esclusi e marginali. Il film uscì quando Al Capone – nato a New York – aveva 13 anni. Giovanissimo, Capone entrò a far parte di una gang che controllava proprio le stesse strade di Manhattan dove era stato ambientato il film di Griffith. Il cortometraggio fece una tale impressione su quei figli di immigrati italiani e irlandesi, poveri, malvestiti e poco istruiti, che divenne la loro bibbia, ne adottarono i comportamenti e il modo di vestire.

Il film che ha avuto l’impatto maggiore sui mafiosi italo-americani rimane Il Padrino. Per quanto l’autore del libro, Mario Puzo, abbia detto più volte di non aver mai incontrato un gangster in vita sua, i mafiosi veri rimasero affascinati dal film. Louie Milito, un killer della famiglia Gambino poi assassinato su ordine di John Gotti nel 1988, «guardò il film almeno seimila volte», scrive la moglie Linda nelle sua autobiografia. «Non riusciva a staccarsi dalla televisione e non poteva credere che i produttori sapessero così tante cose». Dopo aver visto il film, i compari di Milito «si atteggiavano tutti ad attori del Padrino... e avevano imparato a memoria i dialoghi», racconta la moglie. Alcuni di loro cominciarono anche a studiare l’italiano. Nella Russia degli Anni Novanta invece i nuovi mafiosi copiavano stile e modi mafiosi da La Piovra, che in quegli anni ebbe un grande successo nell’ex Urss. Il capo di una gang di Kazan, nella Russia centrale, costringeva gli affiliati ad imparare il mestiere da C’era una volta in America. A Napoli, i camorristi sparavano come i killer del film Pulp Fiction di Tarantino, racconta Saviano in Gomorra.

I gangster non si accontentano di copiare i film. Vogliono diventare protagonisti, come è successo allo stesso Al Capone, che ha ispirato opere come Il Piccolo Cesare (1930), Nemico Pubblico (1931) e Scarface (1932). Il loro sogno è scrivere la propria storia per immagini memorabili. Ecco perché Guzmán ha incontrato Sean Penn. Mentre il suo impero criminale è sotto pressione da parte di gruppi avversari e alcuni alleati politici si sono defilati, El Chapo ha bisogno di riaffermare il proprio status di leader dell’unico marchio criminale messicano riconosciuto in tutto il mondo. L’intervista concessa da Guzmán a Penn è in realtà il canovaccio della fiaba criminale che El Chapo vuole che si racconti: un povero contadino costretto ad entrare nel narco traffico diventa un Capo implacabile ma giusto, un padre di famiglia amorevole, ma costretto a difendersi contro avversari assetati di sangue. La giustizia che dispensa non è quella dei comuni mortali, ma divina. Lo scopo di El Chapo è influenzare la coscienza collettiva del suo Paese attraverso l’immaginario hollywoodiano.

La strategia di Guzmán non è nuova: in Giappone la Yakuza giunse fino a comprare una della cinque maggiori case di produzione del Paese, la Toei, specializzata in film di gangster, per promuovere un’immagine edulcorata e rassicurante di se stessa. Il regista Kinji Fukasaku ha raccontato come i boss volessero vedere in anteprima i film prodotti dalla Toei, che organizzava per loro delle visioni private. In un caso che lo riguardava, Fukasaku sedette nell’ultima fila, mentre il boss «si guardò tutto il film». Per sua fortuna, ne approvò il contenuto. Il Cartello di Sinaloa, al pari di altri gruppi criminali, combatte battaglie simboliche per fini che rimangono ignobili. Spetta a registi e giornalisti responsabili rifiutarsi di assecondare le strategie narrative di questi assassini e raccontare storie complesse, che disturbano, come ha fatto di recente Francesco Munzi con il suo straordinario Anime Nere (2014). La libertà consiste nel dire a qualcuno quello che non vuole sentire. Tutto il resto è pubblicità.

Federico Varese

 

Note: L'autore che ha per primo sottolineato come le mafie copiano il cinema e' Diego Gambetta, in La mafia siciliana, 1993 e poi nel saggio sul cinema nel suo Codes of the Underworld, 2009. Li' cita il caso di Musketeers of Pig Alley.

Io ho studiato come le mafie non solo copiano il cinema, ma vogliono controllare l'immagine che compare sullo schermo, in un saggio del 2006, uscito su Global Crime, e poi tradotto in Italiano dalla rivista Lo Straniero (2007).

Linda Milito ha scritto Mafia Wife, 2004.

Cesare Martinetti scrisse un bellisssimo reportage nel giugno del 1993 su come i mafiosi russi erano influenzati da La Piovra (La Stampa).

Il riferimento a Kazan e' tratto da Svetlana Stephenson, Gangs of Russsia, 2015.

L'ultima frase dell'articolo e' una citazione indiretta da George Orwell, un autore che bisogna leggere e rileggere, sempre.

 

 

 

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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