Quegli schiavi nelle carceri libiche, torturati e venduti dalle guardie. La Stampa 01.04.2015 [In Italian]

Immigrazione: quegli schiavi nelle carceri libiche, torturati e venduti dalle guardie

di Federico Varese

La Stampa, 1 maggio 2015, p. 1

 L'attenzione dei media e della politica europea si è focalizzata sulla tragedia dei migranti che muoiono nel tentativo di raggiungere le coste italiane. Vi è però un'altra storia che non viene raccontata. Migliaia di persone che tentano di attraversare il Mediterraneo vengono intercettate dalla marina libica e internate in Centri di detenzione dove manca ogni assistenza sanitaria, dove le donne danno alla luce bimbi destinati a morire in pochi giorni e dove gli uomini si ammalano di tubercolosi e di altre malattie infettive.

In questi campi di prigionia esiste uno spregevole mercato dei dannati: le guardie carcerarie vendono i detenuti ad aziende libiche. Chi non muore in prigione diventa schiavo. Nel frattempo i fondi per combattere la corruzione, migliorare le condizioni nelle carceri e documentare la tortura in Libia sono stati drasticamente ridotti dall'Unione europea e dalle altre organizzazioni internazionali. Questo è il racconto che ci fa Currun Singh, ventinove anni, responsabile a Tripoli dell'ufficio dell'Organizzazione Mondiale contro la Tortura (Omct).

 

La denuncia

Alto, con capelli neri cortissimi, Currun parla attraverso Skype. La sua organizzazione era stata inviata in Libia dalla Ue nel 2012 per documentare gli abusi che avvenivano nelle carceri del nuovo regime. Da allora la situazione è cambiata in maniera drammatica per lui, per i suoi collaboratori e per le vittime. Oggi la sua Onlus ha trasferito il quartier generale a Tunisi per ragioni di sicurezza, ma continua, tra mille difficoltà, la missione in Libia. "Durante le nostre indagini, ci siamo resi conto che il gruppo più a rischio di tortura era proprio quello dei migranti". Migliaia di cittadini stranieri che cercano di attraversare il Mediterraneo vengono catturati dalla guardia costiera e dalla marina libiche. Poche ore dopo l'arresto, vengono trasferiti in centri di detenzione formalmente sotto l'autorità del ministero dell'Interno libico, ma di fatto gestiti da milizie armate. Ufficialmente queste strutture sono 17, ma ne esistono almeno 38. La più famigerata è l'ex zoo di Tripoli, dove rifugiati provenienti dall'Africa subsahariana sono stipati dentro le gabbie per gli animali. "Abbiamo visitato diversi centri di detenzione, sia maschili sia femminili. Le condizioni sono indescrivibili. Non vi è alcun tipo di assistenza medica e le malattie infettive sono diffusissime, soprattutto la tubercolosi. Molti hanno scabbia, emorroidi, e si temeva anche un'epidemia di Ebola. Donne incinta partoriscono bambini che muoiono in fasce oppure sono costretti a vivere in condizioni disumane".

Morti sospette

Oltre a registrare casi di morti sospette, gli avvocati e gli assistenti sociali guidati da Currun hanno raccolto molte denunce di torture. Frustate, scosse elettriche, sprangate, bruciature da sigaretta sono all'ordine del giorno. "Abbiamo incontrato donne nigeriane, alcune giovanissime, che sono state rapite da trafficanti e costrette a prostituirsi in Libia. Finiscono in prigione quando rimangono incinta e non sono più "produttive". Questi luoghi infernali sono sovraffollati e senza risorse. Poiché non vi è spazio per tutti i rifugiati, le guardie hanno un forte incentivo a liberarsene, ma vogliono anche guadagnarci. "Una notte abbiamo ricevuto una telefonata da un gruppo di detenuti eritrei. Ci avvertivano che alcuni connazionali erano stati prelevati nel mezzo della notte e caricati su un camion verso una destinazione ignota. Abbiamo poi appurato che erano stati venduti". Aziende edili e agricole libiche comprano dalle guardie i prigionieri e li costringono a lavorare senza alcun contratto, anche se a volte promettono loro un passaggio su una chiatta diretta in Italia. Una spregevole economia dello sfruttamento coinvolge trafficanti, guardie carcerarie, gruppi criminali e milizie.

Come fermare le violenze

Cosa si può fare per interrompere questo ciclo di violenza? Innanzi tutto bisognerebbe far ripartire i programmi di monitoraggio, distribuzione delle medicine e riunificazione familiare per i detenuti, in gran parte rifugiati. "I fondi sono finiti e sto cercando di convincere diverse organizzazioni internazionali a finanziare tali progetti". Uno di questi è costato 10.000 euro, secondo un documento interno che ho potuto leggere. La comunità internazionale deve tornare ad occuparsi della Libia, mentre bombardare le coste avrebbe solo l'effetto di compromettere ogni dialogo con le autorità.

La mente di Currun torna alle scene cui ha assistito nei centri di detenzione. Gli chiedo cosa è successo al gruppo di eritrei rapiti nel mezzo della notte. "Qualche tempo dopo mi hanno chiamato al telefono" - mi dice. I loro connazionali erano tornati, dopo mesi di lavoro massacrante nei campi. Le promesse di uno stipendio o di un viaggio verso l'Europa non si sono materializzate, mentre il ciclo della violenza è continuato. Altri uomini abili sono stati venduti e altre donne hanno visto i loro figli morire, lontano dalla luce del giorno. Come scrisse un grande poeta inglese*, "lunga è quella notte che non vede arrivare il mattino".

 

http://www.lastampa.it/2015/05/01/esteri/quei-migranti-mai-sbarcati-tort...

* William Shakespeare

Migranti Tripoli La Stampa.pdf

"Un'analisi profonda"

Roberto Saviano, Repubblica

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