Nel mondo mercantilista di Trump il potere economico risponde solo a lui, La Stampa, 13.01.2026

Uno spettro si aggira nel mondo contemporaneo. È una visione coerente dei rapporti economici che trova in Donald Trump il suo interprete principale. Secondo questa visione, le risorse del pianeta sono limitate e il mondo è un’arena ostile, dove la violenza governa i rapporti economici. Per sopravvivere bisogna conquistare territori, appropriarsi delle risorse naturali, promuovere monopoli, e fondere potere politico e potere economico. L’indagine penale nei confronti del governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, è l’emblema di come l’autonomia delle istituzioni economiche sia incompatibile con tale visione del mondo. Ogni potere autonomo è un ostacolo da disciplinare. Mentre molti pensatori di sinistra sono ancora fermi alla critica del “neoliberismo”, il mondo che Trump sta costruendo è guidato dai principi del mercantilismo del XVII secolo.

Le scelte di Trump sono spesso ridicolizzate dagli economisti di professione, che lo descrivono alla stregua di un infante analfabeta. Perché insistere sull’acquisizione della Groenlandia quando gli Stati Uniti potrebbero negoziare con la Danimarca? Perché imporre dazi che rischiano di danneggiare l’economia americana? Eppure, queste scelte sono coerenti con la teoria mercantilista nata nell’Europa moderna e abbracciata, ad esempio, da Jean-Baptiste Colbert, ministro delle finanze di Luigi XIV. «Non vogliamo accordi commerciali, vogliamo acquisire beni strategici», ha dichiarato Trump. Nel capitalismo liberale, contratti, trattati e scambi commerciali sono il principale strumento per creare valore. Con Trump si passa dallo scambio al possesso. La Groenlandia e il Venezuela, come le colonie degli imperi europei ottocenteschi, sono territori da cui estrarre risorse. Anche le rotte marittime diventano contese, privatizzate e militarizzate. Blocchi navali vengono imposti, navi abbordate e confiscate, piccole imbarcazioni affondate e gli equipaggi uccisi a sangue freddo. Chi non si adegua è un pirata.

I dazi sono un’aberrazione per il pensiero economico liberale perché distorcono il libero scambio. Nel mondo di Trump sono invece strumenti politici che servono a forzare comportamenti, disciplinare alleati e rivali, e riorganizzare la produzione nazionale per ridurre la dipendenza da altre nazioni. I disavanzi commerciali non sono il risultato del vantaggio comparato, ma la prova dello sfruttamento. Mentre il capitalismo liberale tollera gli squilibri perché presuppone un’espansione senza fine, “il capitalismo della finitudine”, descritto in modo mirabile in un libro recente dello storico francese Arnaud Orain, interpreta ogni squilibrio come una sconfitta esistenziale: «Per decenni il nostro Paese è stato saccheggiato, depredato, violentato e sfruttato», ci ha spiegato Trump. Gli indicatori macroeconomici diventano giudizi morali e politici. Il deficit è la prova che non ci sono risorse sufficienti per tutti e giustifica coercizione, protezionismo e monopolio.

Esiste una convergenza paradossale con il pensiero ecologico del Novecento, che metteva in guardia contro l’esaurimento del pianeta. Trump rilegge quelle preoccupazioni in chiave di potenza. Il capitalismo della finitudine nasce dall’ansia degli elettori di fronte a un mondo percepito come finito. In questo contesto, lo sviluppo economico non è più un processo cooperativo ma un gioco a somma zero: se qualcuno vince, qualcun altro perde.

La sintonia tra Trump e Vladimir Putin è più profonda di quanto molti commentatori abbiano riconosciuto. Per entrambi, il confine tra autorità pubblica e capitale privato si erode. Le imprese controllano territori, infrastrutture, dati e persino l’uso della violenza. Piuttosto che cercare di regolare o smantellare i monopoli, Trump li ha celebrati come strumenti di potenza nazionale. Non è quindi ammissibile avere istituzioni che governano l’economia, come appunto la banca centrale guidata da Powell, separate dal potere politico. In Russia, lo Stato promuove gli interessi economici con ogni mezzo possibile, compresa la guerra, e gli industriali operano al servizio della politica di potenza. Come Trump favorisce imprenditori a lui vicini quali Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, che diventano plenipotenziari dell’aspirante monarca, così Putin assegna ai suoi fedelissimi posizioni di monopolio in settori chiave dell’economia.

Storici come Marc Bloch, Frederic Lane e Arnaud Orain ci ricordano come il mercantilismo perse la sua battaglia intellettuale con la pubblicazione de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. Il filosofo scozzese intendeva fondare il capitalismo sulla promessa dello scambio, del vantaggio competitivo e delle istituzioni indipendenti, eliminando così la violenza dall’economia internazionale. Ufficialmente messo al bando dalla retorica liberale, il mercantilismo è però la dottrina che ha dominato lunghi periodi della storia europea, dal sedicesimo secolo al diciottesimo e poi dal 1880 al 1945. Studiosi insigni come Gustav Schmoller e Joseph Schumpeter lo hanno celebrato perché capace di schiacciare rivali, difendere la nazione e promuovere il progresso tecnologico. Anche quando vi era una potenza egemone come gli USA dopo la Seconda guerra mondiale, esso non è mai scomparso, anche se si nascondeva negli interstizi del sistema. Oggi questa dottrina è uscita dal cono d’ombra in cui era stata confinata dopo il 1945 per diventare protagonista del capitalismo del ventunesimo secolo. Lo spettro mercantilista, che è alla base dell’imperialismo e del colonialismo europei, ha oggi i volti di Trump e di Putin. Il presidente della Fed, Powell, è solo uno dei suoi tanti bersagli.

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