Piccoli autocrati crescono. La Stampa, 22.03.2026

Quando nel 1935 Sinclair Lewis pubblicò It Can’t Happen Here, molti lettori americani considerarono il suo romanzo una provocazione. Mezzo secolo dopo, Philip Roth, con The Plot Against America, mostrò quanto sottile potesse essere il confine tra normalità democratica e deriva autoritaria. Entrambi suggerivano che il ritorno dell’autoritarismo non sarebbe stato il frutto di una calamità esterna, ma lo sviluppo di processi interni alle democrazie stesse.

Come spesso accade, gli scrittori immaginano il futuro e gli scienziati sociali cercano poi di misurare quelle intuizioni. Un’importante tradizione di ricerca guidata dal politologo Leonardo Morlino, recentemente scomparso, ha spostato, a partire dagli anni Novanta, l’attenzione dalla semplice distinzione tra democrazia e non-democrazia allo studio della qualità di questo regime politico. Essa non è dunque una variabile binaria – c’è o non c’è – ma un insieme di dimensioni, come stato di diritto, accountability, partecipazione, accesso all’informazione, libertà civili. È in questo quadro che si sviluppa anche lo studio dei regimi ibridi, che combinano elementi democratici e autoritari (Morlino ha lavorato in particolare sui casi dell’Europa meridionale e orientale, mostrando già tra gli anni Novanta e Duemila come le traiettorie post-transizione fossero meno lineari di quanto molti avessero previsto).

Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute, appena pubblicato dall’Università di Göteborg, offre un quadro allarmante della salute del sistema democratico. Gli autori, invece di limitarsi a contare quanti paesi sono democratici o autocratici, presentano anche dati su quante persone vivono sotto ciascun tipo di sistema. Il risultato è netto: il 74% della popolazione mondiale vive oggi in autocrazie, mentre appena il 7% in democrazie liberali. Siamo tornati ai livelli del 1978.

Questa regressione non riguarda soltanto paesi lontani o instabili. Per la prima volta in mezzo secolo, gli USA non sono più classificati come sistema liberale. Ma il problema non è solo americano. Questo fenomeno tocca direttamente l’Europa. Il rapporto identifica diversi paesi – tra cui Slovacchia, Slovenia e Croazia – come nuovi casi di regressione democratica. L’Ungheria è un’autocrazia elettorale, al pari della Serbia. Albania, Bosnia-Erzegovina, Moldavia e Macedonia sono regimi ibridi.

L’Italia resta una democrazia liberale, ma sta acquisendo alcuni aspetti autocratici: il rapporto cita in particolare il peggioramento dell’autocensura dei media e l’aumento della parzialità del sistema informativo a favore del governo in carica. Il passaggio da una democrazia liberale a una elettorale, e poi – nei casi più estremi – all’autocrazia (con o senza elezioni) avviene quando si indeboliscono i vincoli sull’esecutivo, l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media, lo spazio della società civile.

Il rapporto mostra dove si concentra il declino. La libertà di espressione peggiora in 44 paesi, mentre nel 2000 migliorava quasi ovunque. La censura dei media e la repressione della società civile sono diventate pratiche diffuse nei paesi in regressione. Anche la tortura come metodo di controllo della popolazione è in aumento.

Un libro del 1991 descriveva la “terza ondata di democratizzazione nel mondo” come ineluttabile. Il Democracy Report individua una traiettoria opposta. Le speranze di un pieno consolidamento liberale dopo la fine dell’Unione Sovietica si sono dunque solo parzialmente realizzate. Oggi il 41% della popolazione mondiale vive in paesi che stanno diventando meno democratici. Non si tratta più di deviazioni isolate, ma di una tendenza strutturale.

Naturalmente, anche il Democracy Report non è esente da limiti, anche gravi. Il dataset V-Dem è basato su valutazioni di esperti. Molte variabili non sono direttamente osservabili e richiedono giudizi interpretativi. Quando il numero di esperti per una certa combinazione paese-anno è limitato, le stime risultano meno stabili. Dire che due paesi appartengono alla stessa categoria – ad esempio “autocrazie elettorali” – non significa che siano equivalenti. Significa soltanto che, lungo una scala continua, si collocano al di sotto della stessa soglia. Stupisce molto che Ucraina e Russia rientrino nella categoria delle autocrazie elettorali. Gli studiosi della Russia oggi non hanno dubbi a classificarla come una “autocrazia chiusa” e l’Ucraina come una democrazia anche se imperfetta (anche il caso del Regno Unito, classificato solo come democrazia elettorale, richiede cautela interpretativa). Gli indicatori utilizzati incorporano quindi una forte componente soggettiva e faticano, in contesti eccezionali come la guerra, a distinguere tra erosione contingente e autoritarismo strutturale.

La qualità del sistema politico in un paese andrebbe messa in rapporto a una rinnovata aggressività sovranista. Lo slittamento che osserviamo oggi nella politica estera americana è, almeno in parte, il riflesso di questa trasformazione interna. Lo stesso vale per la Russia. Politica estera e politica interna non sono mai disgiunte. 

Roth e Lewis avevano intuito che i sistemi democratici possono erodersi dall’interno, spesso con il consenso di una parte dell’elettorato. Oggi disponiamo di dati che, pur con alcuni gravi limiti, confermano quella intuizione. La domanda non è più se “può succedere qui”. In modi e forme diverse, sta già accadendo.

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