Vendetta: guerra nell’antimafia’, l’ambiguità del bene in una docuserie che farà discutere. Repubblica, 24.08.2021

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L’immagine forse più bella della nuova, suggestiva miniserie di Netflix, Vendetta: guerra nell’antimafia, è quella del giornalista Pino Maniaci e della sua compagna che ballano nella piccola corte della loro casa a Partinico, in una giornata di pieno sole. È un ballo estemporaneo, sulle note della canzone di Dean MartinThat’s amore, per stemperare la tensione alla vigilia del verdetto del tribunale di Palermo nel processo dove Maniaci è accusato di estorsione ai danni di due amministratori locali e diffamazione.

Poche inquadrature dopo ci troviamo invece nella casa alto-borghese di Silvana Saguto, ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, che ha saputo da poco della sua condanna in primo grado a otto anni e mezzo per corruzione nella gestione dei beni confiscati alla mafia, e dell’assoluzione di Maniaci dall’accusa di estorsione. L’ex magistrato, elegante e composta, con indosso un foulard di seta, è sola, incredula e furibonda per i due esiti. La miniserie intreccia le vicende umane e processuali di Maniaci e Saguto in quello che può essere considerata una continuazione della fortunata serie Sanpa: luci e ombre di San Patrignano. Anche in questa storia i Buoni appaiono meno immacolati della loro immagine pubblica, ma proprio per questo più interessanti. Vendetta è al suo meglio quando mostra l’ambiguità del bene e Pino Maniaci emerge come il personaggio più interessante.

I sei episodi, scritti, prodotti e diretti da Ruggero Di Maggio e Davide Gambino per la casa di produzione siciliana Mon Amour Films, con l’apporto dell’americana Nutopia, sono frutto di molti anni di lavoro. La serie segue Maniaci e Saguto fino all’esito di due processi nei quali sono coinvolti. Entriamo nelle case, negli studi televisivi, parliamo con i figli, i mariti, le compagne, gli avvocati del giornalista e dell’ex magistrato. Il materiale è filmato in tempo reale, gli stessi protagonisti non sanno cosa succederà nella scena successiva, che per loro è vita. In gioco ci sono accuse per 11 anni e sei mesi di reclusione per Maniaci e quasi 16 anni per Saguto. Nonostante i due si dichiarino vittime di processi mediatici, non si sottraggono alle telecamere di Di Maggio e Gambino. Gli autori non prendono posizione, non introducono una voce terza che giudichi, corregga o indaghi alcune tesi palesemente implausibili. “Spetta al pubblico giudicare”, dicono gli autori a Repubblica, “ma non vogliamo buttare alle ortiche 30 anni di lotta antimafia”. Senza dubbio, la miniserie farà discutere.

Le vicissitudini umane e legali sono complesse. Pino Maniaci a un certo punto della sua vita pittoresca (senza particolari titoli di studio, ha fatto tanti lavori) decide di diventare un giornalista e rileva la piccola emittente Telejato di Partinico. Attraverso di essa, comincia a denunciare politici e mafiosi locali, con epiteti pesanti e spesso volgari. Piccolo di statura, con baffi folti (la Saguto lo chiama “il baffone”), magro fino a essere emaciato, capelli nero pece, non bello ma con una forte carica vitale, Maniaci ha un fare da guascone, sempre sopra le righe. Il suo stesso avvocato ammette che è “un soggetto molto creativo”, che sogna di “essere un protagonista”. Maniaci non appartiene alla Palermo bene, colta e ben inserita e si trova a suo agio col dialetto (i registi sottolineano la distinzione di classe rispetto alla Saguto, ripresa mentre va dal parrucchiere e pranza al ristorante). Quando nel 2014 i due amatissimi cani di Maniaci vengono trucidati, l’Italia intera esprime la propria solidarietà per quello che Maniaci descrive come l’ennesima intimidazione mafiosa. Il mondo gli crolla addosso quando il giornalista viene denunciato per estorsione e diffamazione nel 2016. Per Maniaci l’indagine è, appunto, una vendetta di Saguto, la quale era stata duramente attaccata da Telejato per la sua gestione dei beni confiscati. La Saguto, da parte sua, è furibonda che i suoi colleghi palermitani abbiano dato credito alle accuse di Maniaci e iniziato a indagarla, in un processo in cui si è ritrovata imputata insieme al marito, il padre (poi assolto), il figlio, diversi professionisti e colleghi. In realtà, non vi sono prove che i due procedimenti siano stati orchestrati per una vendetta incrociata e nemmeno che il processo Saguto sia partito dalle accuse di Maniaci.

I protagonisti non ammettono di aver fatto nulla di male. In privato Maniaci dice all’amante che le orrende torture contro i due cani sono l’opera del marito geloso, ma in pubblico continua a sostenere la tesi della minaccia mafiosa. Nonostante il fatto che Saguto desse in affidamento beni confiscati a un professionista che poi assumeva il marito, questa continua a difendere un sistema quantomeno opaco. Un difensore di Maniaci sostiene che “la Sicilia è una terra solare, ma è anche una terra del buio, della penombra”, ricca di veleni e trappole. In questa visione, errori privati vengono perseguiti come punizione per aver infastidito i poteri forti, ovviamente collusi con la mafia. Senza giudicare, i registi ci fanno entrare in un mondo rovesciato, dove nessuno si sente in dovere di ammettere le proprie colpe e di scusarsi. Ma queste due storie giudiziarie mostrano, oltre ogni teoria cospirativa, che la Sicilia è un luogo dove a volte gli sbagli si pagano, le menzogne vengono svelate e dove ogni tanto sorge il sole.

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