Ognuno di noi ha molte identità, e così anche Gianni – il professor Gianni Venturi, che è mancato domenica sera a Ferrara all’età di 88 anni – era più di una persona. Vi è il Venturi professore ordinario di letteratura italiana all’Università di Firenze, raffinato lettore di Dante, studioso di Tasso e di autori contemporanei come Cesare Pavese e i suoi amatissimi Giorgio Bassani, Elsa Morante e Edith Bruck. Tra i primi in Italia a studiare la rappresentazione dei giardini nella letteratura europea, ci spiegò come il giardino fosse “teatro del mondo”. Vi è il Venturi direttore di istituzioni culturali, come il Centro Bassani, instancabile organizzatore di conferenze, autore di centinaia di articoli sulla stampa cittadina.
E poi vi è il Gianni privato, colui che si ostinava a chiamarmi “nipote” a causa di una frequentazione iniziata quando ero in fasce e continuata fino a qualche giorno fa. Era un anello fondamentale nella catena che mi lega al passato della mia famiglia, a una Ferrara che non esiste più, popolata di personaggi come Dessì, Caretti, Bassani, Fink e Claudio Varese. Più di recente, vi era il Gianni biografo di sé stesso, alla ricerca delle sue radici ebraiche. Era, per i suoi amici, difficile e indispensabile, generoso ed eloquente. La perdita della sua amatissima moglie Vittoria (“colei che fa di deserti giardini”, scrisse) lo aveva ferito nell’animo. Fiammetta Gamba scrisse, nell’imponente volume di saggi in onore di Gianni, curato da Anna Dolfi e Marco Ariani, un racconto su bolle di sapone che per un breve momento assumono una forma umana ma presto lasciano questa terra. Tutti mi dicono che Gianni ci ha lasciato come quelle bolle. Eppure, ci ha insegnato T. S. Eliot, passato, presente e futuro si compenetrano. La condizione umana dissolve i confini tra memoria e vita e, per me, lo zio Gianni non mi lascerà mai.
Federico Varese
Oxford–Parigi–Ferrara
