BREXIT: LA POLITICA NON SI FERMA

La volontà della maggioranza dei britannici di rientrare nell’Ue smentisce l’idea della Brexit come destino geografico inevitabile: la storia è guidata dalle scelte politiche, non dalle mappe

di Federico Varese, Il Mulino, 15.10.2026 [testo anche qui]

15 OCTOBER 2026

Il caso britannico mette a nudo i limiti dell’interpretazione geopolitica dei fenomeni sociali. Secondo questa interpretazione, la Gran Bretagna sarebbe una potenza insulare, marittima, atlantica, e dunque naturalmente refrattaria all’integrazione continentale. La Brexit consentirebbe il ritorno alla sua vera natura. Senza dubbio la posizione di un Paese costituisce un limite e un’opportunità e, in casi estremi, può anche essere tragica, come nel caso dell’Ucraina. Questa lente interpretativa, però, è parziale: si può sfuggire al proprio destino geografico, come cercano di fare con grande coraggio proprio gli ucraini.

La geopolitica è una sotto-disciplina delle relazioni internazionali, molto in voga in Italia, e con una storia molto particolare. All’apparenza studia il rapporto fra spazio geografico e potere politico, ma in realtà contiene una teoria dei rapporti internazionali che affonda le sue radici nella concezione della politica come lotta tra grandi potenze nata in Europa nell’Ottocento. Il termine fu coniato nel 1899 dallo svedese Rudolf Kjellén, influenzato dalla concezione dello Stato come organismo vivente. Questa tradizione si sviluppò nell’epoca degli imperi e della competizione per il controllo di territori e risorse. Nella Germania fra le due guerre, la geopolitica di Karl Haushofer fece da spalla all’espansionismo tedesco, contribuendo al successivo discredito della disciplina. La teoria geopolitica ignora il ruolo delle idee, delle norme internazionali e soprattutto delle scelte individuali, e non riesce a dare pieno conto del cambiamento.

Quello che viene presentato come necessità geografica è, in realtà, un progetto politico che cambia nel tempo. Di nuovo, il caso britannico è istruttivo. Nel dopoguerra, Londra rimase fuori dai primi organismi dell’integrazione europea, pur sostenendo forme di cooperazione fra i Paesi del continente. Poi chiese di entrare nella Comunità economica europea, nel 1961 e nuovamente nel 1967. Entrò nel 1973, sotto il conservatore Edward Heath. Nel referendum del 1975, il 67,2% degli elettori confermò quella scelta. Nel 2016 prevalse di pochissimo invece l’uscita in un referendum consultivo, concretizzata il 31 gennaio 2020. Oggi un sondaggio registra una maggioranza favorevole al ritorno. Prima fuori, poi dentro, poi fuori, ora il desiderio di rientrare: quante politiche opposte può spiegare la stessa insularità?

Il caso britannico mette a nudo i limiti dell’interpretazione geopolitica dei fenomeni sociali

Il politologo Andrea Ruggeri aveva già posto il problema nel saggio La politica internazionale è geopolitica?, pubblicato nel fascicolo 2/2021 del “Mulino”. A proposito della Brexit scriveva: “Dover è sempre lì, con le sue scogliere bianche: non si è spostata. Tuttavia, oggi Dover è più distante”. Che cosa successe? Nigel Farage riuscì a mobilitare un’opinione minoritaria presente nell’elettorato, che si saldò alla critica – da destra e da sinistra – alle istituzioni europee, aggiungendo una serie di tesi populiste. Per depotenziare la sfida di Farage e mettere a tacere i suoi deputati, il primo ministro di allora, David Cameron, concesse il referendum, certo di vincerlo. La sconfitta portò alla lacerazione del partito conservatore e al cambio in rapida successione di diversi primi ministri.

L’insularità può condizionare costi e offrire opportunità, ma non basta per stabilire quale scelta prevarrà. Dopo tutto, non tutte le isole europee vogliono uscire dall’Ue (Irlanda, Malta e Cipro). Per usare il gergo dell’analisi quantitativa, la geografia è una variabile tra molte, le quali hanno ognuna un effetto indipendente e interagiscono tra loro. Nessuna spiega tutta la varianza della variabile dipendente (la scelta politica finale). Come ricorda Ruggeri, i processi politici hanno una natura probabilistica e non deterministica. La geopolitica, al pari del marxismo volgare, non ci porta molto lontano.

Questa teoria non si limita ad affermare la centralità della posizione geografica. Postula anche l’esistenza di sostanze immateriali come le “psicologie collettive”, di una “cultura nazionale” unica e di un chiaro e univoco “interesse nazionale”. La storia viene interpretata come un macigno che determina il futuro, piuttosto che un passato usato in maniera strumentale da attori politici diversi. La natura prescrittiva e normativa di questa posizione è evidente. Una lettura della Brexit concentrata sulla geopolitica ignora il ruolo della concorrenza fra conservatori e destra di Farage, la leadership di Corbyn, la crisi del 2008 e la competizione tra concezioni diverse di interesse nazionale. Le scogliere di Dover sono ancora al loro posto, ma i governi, i partiti, la politica internazionale, l’economia e l’opinione pubblica cambiano.

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