La Brexit vista da Oxford

Il 31 gennaio è una data simbolica. Per qualche mese ancora nulla cambierà, ma i simboli contano. Come è possibile che un paese fino a poco tempo fa considerato civile e sensato (sensible) infligga, a se stesso e agli altri, questo atto di masochismo politico ed economico? Come è possibile che un referendum meramente consultivo sia diventato una camicia di forza, che ci porta ad uscire dall’Unione senza neppure tentare di mantenere l’accesso al mercato unico? I libri di storia ci racconteranno come un popolo ha potuto credere ad una delle più grandi menzogne della storia europea, raccontata da politici senza scrupoli, con un progetto di privatizzazione e di deregolamentazione che farebbe impallidire Margaret Thatcher.

E ci spiegheranno come né la sinistra di Corbyn ma neppure il centro moderato dei Liberal Democratici siano riusciti a fermare questa follia, a mettere da parte calcoli miopi e convergere su una soluzione condivisa, pur avendo difronte un governo di minoranza (prima delle elezioni del 12 dicembre 2019).

Ma ora non è il momento di pensare alla storia. Ci sono due citazioni che mi hanno accompagnato in questi giorni. Una l’ho letta in un testo del commentatore irlandese Fintan O’Toole. Ha scritto di recente: “Il problema di una rivolta contro una oppressione immaginaria è che si ottiene una libertà immaginaria.” Solo un analfabeta non capisce che ogni trattato comporta una riduzione di sovranità. Se volessimo davvero riprendere il controllo (take back control, come recita uno slogan della Brexit) dovremmo uscire dalla Nato, dall’accordo che ci obbliga ad andare in guerra in caso un alleato venga attaccato. Può esistere riduzione della propria sovranità più significativa di questa, che ci costringerebbe ad andare in guerra? Eppure i trattati internazionali servono per rafforzare la nostra libertà, la nostra sicurezza, in cooperazione con i nostri alleati e amici. La libertà immaginaria che ci regala la Brexit non sarà altro che debolezza negoziale, irrilevanza geopolitica, un paese in vendita al miglior offerente.

La seconda citazione deriva dal discorso pronunciato a Stoccolma giovedì (in occasione del conferimento del premio intitolato a Olof Palme) dal mio amico e fratello maggiore, John le Carré, il grande scrittore de La spia che venne dal freddo: “Gli imperi non muoiono semplicemente perché sono morti”. La fine dell’impero britannico avvenne con la conclusione del secondo conflitto mondiale. La Brexit è un tentativo puerile di credere che ci sia ancora un Regno Unito imperiale. Tutti noi abbiamo sottovalutato quanto forte fosse il sentimento di quella perdita di ruolo e di potere. I leader della Brexit hanno invece sfruttato al meglio quell’umano senso di smarrimento.

E io non posso che ascoltare con cuore triste i fuochi d’artificio che celebrano, anche ad Oxford, la notte di venerdì 31 gennaio. Celebrano una liberta immaginaria, una Brexit che, per parafrasare le parole di Marx è, allo stesso tempo, una tragedia e una farsa.


Federico Varese
Professor of Criminology, University of Oxford

La Nuova Ferrara 04/02/2020, La Gazzetta di Mantova, 09/02/2020

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