Brexit e criminalità. Intervista a LaViaLibera. 07/08/2020

Intervista a Federico Varese di Giulia Baruzzo. Il testo online e’ qui.

“La Brexit è una via preferenziale per gli investimenti criminali”

“The UK Has Left The EU. Get Ready For 2021!”. “Il Regno unito ha lasciato l’Unione europea. Preparatevi al 2021!”. È lo slogan scelto dal governo inglese per promuovere online la nuova fase politica ed economica rappresentata dalla Brexit.

La decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione europea – sancita con un referendum popolare il 23 giugno 2016 – ha portato il paese a non più essere un membro dell’Unione dal 31 gennaio 2020. Dal primo gennaio 2021 sarà sancita l’uscita effettiva, aspettando un accordo definitivo con l’Unione nei prossimi mesi.  Tra i beneficiari di questo cambiamento epocale potrebbero esserci anche i sistemi criminali, i gruppi terroristici e i grandi investitori internazionali, anche quelli più opachi. Questo avverrà perché sorgeranno nuove frontiere e con loro una nuova opportunità per i mercati illegali, sostiene Federico Varese, professore di criminologia all’Università di Oxford e scrittore.

Professor Varese, è giusto parlare di Brexit come ‘momento storico’ che dà origine a una nuova frontiera in Europa?

La Brexit di fatto significa proprio creare delle frontiere. Ci sarà – perché è questo che si è voluto – una nuova frontiera tra la cosiddetta Great Britain (composta da Scozia , Galles e Inghilterra), e l’Europa. Poi ci dovrà essere – in qualche modo non ancora definito – una frontiera all’interno dell’Irlanda: o tra l’Irlanda del Nord e l’Irlanda stessa o tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito. Infatti proprio questo è l’essenza della Brexit: creare un confine dove non c’era. Ogni volta che c’è una frontiera si crea anche una nuova opportunità di generare mercati illegali e facilitare le attività criminali. 

Rispetto al contrasto dei fenomeni criminali, quale potrà essere lo scenario nazionale ed europeo legato al tema della sicurezza?

Lo scenario cambierà in modo netto con la Brexit. Di recente ho scritto con una collega un documento per la Commissione del Parlamento inglese che si occupa dell’Irlanda del nord per ragionare sui rischi riguardanti la criminalità organizzata, in un contesto dove il fenomeno criminale si interseca con il terrorismo. E non vi è dubbio che la creazione di nuovi confini darà vita a nuove opportunità criminali. Ma c’è un secondo aspetto da non sottovalutare riguardo l’integrazione dell’Inghilterra nei sistemi di sicurezza dell’Unione europea (come l’accesso alle banche dati di Europol, il sistema integrato di controllo dei passaporti,..). Adesso se un criminale inglese entra in Spagna viene subito intercettato appena prova ad utilizzare il passaporto o qualsiasi documento personale. Uscendo da questi sistemi di sicurezza integrati garantiti dall’Unione europea il paese rimarrà del tutto isolato in tema di cooperazione internazionale. Questo è un rischio altissimo. E invece – come sappiamo bene – le organizzazioni criminali sono in grado di attraversare le frontiere, quindi per poterle contrastare è necessario avere organizzazioni internazionali in grado di comunicare e scambiare informazioni ad hoc.

In Inghilterra, inoltre, non c’è un vera legislazione antimafia. Esiste il reato di “conspiracy”: due persone che commettono un reato preciso – e si sono messe d’accordo per farlo – avranno un’aggravante nella pena. Per supplire a questa differenza – che sussiste anche con altri Stati membri della EU–  c’è il Mandato di arresto europeo, uno strumento fondamentale per poter perseguire un dato criminale anche al di fuori dei propri confini nazionali pur non avendo lo stesso reati nei due diversi giuridici. Questo strumento di cooperazione europea con la Brexit salta.

Ma quando parliamo di criminalità organizzata nel Regno Unito, quali sono le presenze criminali e mafiose presenti? E quale è la percezione della cittadinanza rispetto a questi temi?

C’è una tendenza generale del pubblico inglese a far finta di non sapere: la criminalità organizzata è un tema che si vuole derubricare come un fenomeno di bande giovanili, dando la colpa ai genitori e sottovalutando completamente il peso del problema nel paese. Invece esiste da decenni una criminalità autoctona inglese che nasce ed e presente nelle periferie, e ha connotati molto simili alle mafie tradizionali. Nel mio libro Vita di mafia racconto il caso di Salford, una cittadina alla periferia di Manchester, dove le gang criminali già dagli anni Settanta controllavano l’accesso al mercato della droga e sono diventate nel tempo ricchissime. Qui non si tratta di “ragazzini” che non stanno a casa con i genitori, sono adulti con fedine penali molto lunghe. La figura di Paul Massey, ad esempio, boss di Salford che si candidò anche a sindaco, è emblematica. Al suo funerale, nel 2015, parteciparono centinaia di persone, tutte vestite come aveva ordinato il boss, con maglietta bianca e jeans. Questi gruppi criminali hanno, come le mafie tradizionali, il controllo sulle comunità: dove esistono marginalità e disuguaglianza, dove ci sono comunità che non sono protette dalle autorità, si sviluppano forme di autogoverno. Poi di certo c’è anche un altro tipo di fenomeno criminale presente nel Regno Unito, la cosiddetta “criminalità finanziaria”, che non tocca mai il territorio direttamente, ma che volteggia  nella stratosfera della finanza con effetti sulla  politica. 

A proposito dei grandi settori dell’economia, quali effetti avrà la Brexit sugli interessi economici, legali ed illegali?

La Brexit è in realtà un progetto di deregolamentazione, più che un progetto sovranista come si vuole far credere: questo progetto infatti piace molto alla classe dirigente inglese perché permette di ridurre i regolamenti e i controlli europei su molteplici aspetti della vita economica. Farage dopo tutto era un trader nella City di Londra, prima di fondar eil partito euroscettico che ha portato alla Brexit. Ma essere parte dell’Unione europea in realtà significa essere parte di un blocco politico ed economico in grado di proteggerti su più fronti. Uscendo dal mercato unico il Regno Unito si espone a equilibri svantaggiosi, in cui rischia di essere sempre in minoranza, anche in contesti dove pensa di poter contare su paesi cosiddetti “amici”. Folle è pensare che per mantenere l’attuale livello di esportazione basterà firmare accordi commerciali bilaterali con le grandi potenze mondiali. Il Regno unito dopo la Brexit sarà più debole, senza grande forza contrattuale, e sarà costretto ad accettare i termini di paesi potenti, insieme alle loro merci. C’e’ il forte sospetto che si giungerà anche ad ammettere aziende private americane nel sistema sanitario nazionale, continuano la privatizzaione del sistema. 

Gli investimenti stranieri che il paese dovrà attirare per supplire all’uscita dalla EU verranno da paesi non democratici, come la Cina, e quindi lo UK si ritroverà probabilmente alla loro mercé. L’opzione migliore che possa accadere è che l’accordo che verrà firmato con l’Unione europea minimizzi il più possibile gli effetti della Brexit, con la conseguenza inevitabile che il governo inglese non avrà più voce in capitolo in Europa. 

La Brexit avrà quindi un peso anche sulla garanzia di tenuta democratica del paese?

C’è un tema fondamentale, secondo me, che non è stato ancora risolto e che riguarda il rapporto tra denaro e democrazia. La nostra concezione di democrazia risale a fine ‘800. Da allora sono successe diverse cose: prima tra tutte, l’immissione delle masse popolari nel sistema politico, trasformandolo in democrazia di massa. In secondo luogo, l’immissione del denaro nella democrazia per cercare di influenzare le masse. Questi sono temi noti che hanno attirato l’attenzione di alcuni politologi.  Nel Regno Unito abbiamo un terzo elemento: questo denaro può essere opaco e provenire spesso dall’estero. Il modello economico su cui è fondata la City di Londra, la finanziarizzazione sempre più acuta dell’economia inglese, con la Brexit non potrà che crescere, diminuendo ancora di più la base industriale e produttiva del paese. Grazie alla deregulation, inoltre, questo denaro potrà arrivare in maniera ancora più opaca – facendo così della Gran Bretagna un concorrente per le isole offshore – e attraendo denaro da investitori che hanno bisogno di ripulire capitali illeciti.

Quanto conta e quanto potrebbe contare in futuro l’uscita del Regno unito dall’Ue rispetto agli interessi prettamente finanziari delle organizzazioni criminali (e non)? 

Quando Boris Johnson è stato rieletto lo scorso dicembre, nel suo discorso programmatico difronte alla porta del numero 10 di Downing Street ha dichiarato l’intenzione del suo. Governo di aprire dei porti franchi (sembraa che ne faranno sei), dove è piu’ facile far arrivaare merci senza il dovere di ispezionarle ,e ovviamente senza pagare tasse. Come è noto, il porto franco di Ginevra contiene opere d’arte trafugate. È questa la direzione del paese: si va verso un indebolimento della capacità di combattere le varie forme di criminalità finanziaria e organizzata.

Ma l’aspetto finanziario va ben oltre. Il problema della City è che attira investimenti di chiunque, senza poter sapere chi sia il beneficiario ultimo di questo denaro, e creando gravi danni anche al mercato immobiliare, che non è regolamentato e contribuisce allo spopolamento dei centri urbani a causa di un innalzamento sempre più spropositato dei prezzi. 

La finanziarizzazione dell’economia inglese ha creato un numero incalcolabile di nuovi problemi sociali e culturali, regalando sempre più spazio all’opacità. Questa opacità crea le condizioni favorevoli all’accoglienza di nuovi investimenti criminali, rendendoli legali e benvenuti. Attraverso la Brexit quindi si darà ancora più spazio alla vocazione della City, portando all’estremo la sua sete di capitali di dubbia orgine.

Ci sono possibilità di combattere questo fenomeno criminale complesso che la Brexit incentiverà in modo ancora più forte?

Il tema della lotta alle mafie e alla criminalità organizzata – qui come altrove – non viaggia da solo. Ci sono delle condizioni che consentirebbero di affrontarlo in modo più radicale, come la lotta alla finanziarizzazione estrema, la lotta all’opacità della provenienza del denaro e la possibilità di svelare i beneficiari ultimi delle aziende che in Inghilterra è possibile creare in pochi minuti. O almeno di rivelare al fisco e alle autorità giudiziarie queste informazioni. Anche la società civile ha un ruolo molto importante: far conoscere e parlare di questi fenomeni, raccontare e ricordare coloro che hanno vissuto da vicino questo fenomeno e ne sono state vittime è fondamentale. Oltre alla collaborazione con le istituzioni. Io qui collaboro con l’associazione Firm Uk – che fa parte della rete europea Chance promossa da Libera. Cerchiamo di lavorare su entrambi questi livelli: la diffusione della conoscenza e l’impegno civile contro l’ingiustizia e la corruzione. 

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