Quando si incrina anche il vincolo di sangue, Repubblica, 13.01.2021

Qualcosa di nuovo sta avvenendo nella galassia criminale che va sotto il nome di `ndrangheta. Storicamente, questa era la mafia con il minor numero di pentiti. I legami familiari e di sangue che accomunano la maggior parte degli affiliati rendevano molto difficile che un mafioso collaborasse con la giustizia. Se lo faceva si metteva contro tutti i parenti. Al contrario, si diceva, era più facile trovare pentiti nel caso di Cosa Nostra dove i legami di sangue sono più rari. Oggi l’omertà comincia ad incrinarsi anche nelle famiglie di ?drangheta. Il processo Rinascita-Scott ne è la prova.

Cinquantotto pentiti di ?drangheta sono disposti a collaborare con la giustizia italiana. Il testimone chiave è Emanuele Mancusofiglio di Pantaleone Mancuso, detto “L’ingegnere”, uno dei capi storici del clan. Ma non è l’unico figlio che si è pentito in anni recenti. C’è Francesco Farao, teste chiave nel processo Stige. La sua testimonianza e i riscontri oggettivi hanno portato a 66 condanne per capi e gregari della cosca Farao-Marincola, guidata dal padre Giuseppe Farao, oggi all’ergastolo. C’è Giuseppe Giampà, figlio del boss del clan di Lamezia Terme Francesco Giampà e teste d’accusa nel processo Perseo. Quando è stato chiesto a Giuseppe Giampà di cosa si occupasse il suo clan, ha risposto: “Un po’ di tutto, omicidi, usura, estorsioni, voti, droga, truffe alle assicurazioni…”. Altri sei affiliati si sono pentiti. Infine c’è Giuseppina Pesce, figlia del boss di Rosarno: la sua testimonianza ha portato all’arresto di otto familiari, inclusi marito e suocero. Giuseppina ha tenuto duro nonostante le minacce di morte e le pressioni. Ogni percorso è diverso. Emanuele Mancuso ha detto che non vuole che sua figlia, appena nata, cresca nel mondo criminale. Senza dubbio in alcuni casi la prospettiva credibile di molti anni di galera è una ulteriore motivazione. Le defezioni recenti di figli di boss infliggono un colpo durissimo alla credibilità dell’organizzazione e al suo modello organizzativo.

Il processo Rinascita-Scott, iniziato ieri a Lamezia Terme, è importante anche per altre ragioni. Esso getta una luce inquietante sui rapporti tra la cosca Mancuso e la società (in)civile. A processo vi sono professionisti, imprenditori, politici, funzionari di Stato, carabinieri. La forza di una mafia dipende dai rapporti che intrattiene con il mondo esterno e questo processo ne è una rappresentazione plastica. L’atto d’accusa della procura guidata da Nicola Gratteri mostra, inoltre, come la cosca fosse integrata con la massoneria deviata.

Non si deve dimenticare che il processo di oggi riguarda un gruppo singolo, il clan Mancuso, uno dei più violenti e allo stesso dei più imprenditoriali e globalizzati di tutta la `ndrangheta. Un pentito ha dichiarato che l’imprenditrice Maria Chindamo, sparita nel 2016, sarebbe stata uccisa, il corpo “manicato con un trattore” e poi dato in pasto ai maiali. Un altro delitto attribuito al clan è quello di Matteo Vinci. Gli hanno messo una bomba sotto la macchina: l’ordigno gli ha rotto le gambe, impedendogli di uscire dall’auto avvolta dalle fiamme. È bruciato vivo. In entrambi i casi, secondo l’accusa, le vittime non volevano cedere i loro beni al clan. I Mancuso sono tra i più attivi nel traffico internazionale di droga, con legami con la Colombia e con forti addentellati in Australia. A differenza del maxi processo di Palermo, questo procedimento non mira a stabilire l’unitarietà della `ndrangheta (già acclarata), ma a mettere in ginocchio un gruppo particolarmente significativo.

Gli imputati sono innocenti fino alla sentenza e senza dubbio alcuni verranno assolti. Immagino che sarà più difficile dimostrare il reato di concorso esterno per alcuni colletti bianchi rispetto a reati più tradizionali. Soprattutto, lo Stato e la politica devono fare la loro parte: vi sono cause economiche e sociali profonde, che non possono essere eliminate dalla giustizia penale. Ma i segnali sono buoni. Molti calabresi hanno applaudito al lavoro degli inquirenti e lo Stato ha dimostrato di essere in grado di celebrare il processo a Lamezia, in un’aula-bunker aperta in tempo record. La procura diretta da Gratteri ha cominciato a mettere in seria difficolta l’organizzazione, ma ora spetta alla politica, oggi distratta e divisa, fare la sua parte.

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