Quale antiproibizionismo. L’esperienza Usa di legalizzazione della cannabis. Repubblica, 02.01.2021

Più di un americano su tre vive in uno stato che ha legalizzato la cannabis. Questo cambiamento epocale ha ridotto i profitti del crimine organizzato, ma ha fatto aumentare la corruzione. Decine di funzionari pubblici e politici locali sono oggi sotto indagine per aver imposto mazzette agli imprenditori che fanno domanda per ottenere una licenza. Qualcosa non sta funzionando nel modello di legalizzazione della cannabis targato Usa. Questi errori possono però essere risolti con semplici correttivi. Il sindaco della cittadina di Fall River nel Massachusetts è accusato di aver preso tangenti per 600 mila dollari (il capo del suo staff ha confessato). Si era fatto anche regalare un Rolex e sei chili di cannabis. Nel Maryland, una deputata è stata condannata a due anni di prigione nel luglio del 2020 per aver favorito aziende che producono marijuana medica. Nel Missouri, il governatore Mike Parson, rieletto nel novembre 2020, sembra abbia avvantaggiato i clienti di un suo amico e alleato lobbista, i quali hanno ottenuto le licenze a scapito di altri con più titoli. Indagini sono in corso in Nevada, Arkansas, Missouri, California e nello stato di New York.

Trentaquattro stati dell’Unione hanno legalizzato il consumo di marijuana in qualche forma. In genere la legislazione applicativa impone dei limiti al numero di negozi che possono vendere la merce. Serve una licenza e il parere favorevole di funzionari o politici locali oppure di una commissione statale. In buona fede, la legislazione voleva dare alle comunità il diritto di decidere se avere questi negozi, dove metterli, e quanti. Gli imprenditori sono incoraggiati ad investire nelle comunità e addirittura offrire finanziamenti alla polizia. Come spiega bene un articolo apparso di recente su Politico, questo sistema ha creato un vasto mercato della corruzione. Gli imprenditori si sono sentiti in dovere di offrire generose donazioni alle campagne dei politici (repubblicani o democratici), oppure assumere dei lobbisti che spesso servono ad identificare la persona cui poter pagare la tangente. Una licenza può costare fino a 500mila dollari in nero. Il sistema ha anche prodotto un numero esorbitante di ricorsi e gli Stati devono spendere milioni di dollari per difendersi dalle cause intentate da chi si è visto rifiutare il permesso. In questo modo sfumano gli introiti frutto della vendita di cannabis.

L’aspetto più preoccupante è che aziende medio-grandi, che operano in più stati, riescono ad ottenere licenze a scapito di piccoli produttori locali, spesso con una storia di impegno nel movimento per la legalizzazione e provenienti da minoranze etniche.Ne dobbiamo dedurre che la legalizzazione è stata un fallimento? Niente affatto. Vi sono diverse soluzioni possibili. La prima consiste nel liberalizzare le licenze, con costi bassi per ottenerle e criteri semplici, un modello scelto in Colorado e nell’Oklahoma. Questa soluzione liberista potrebbe non piacere a chi vuole mantenere un limite ai negozi di cannabis. Allora basterebbe dare i permessi attraverso una lotteria, previo scrutinio sui chi è ammesso a partecipare, usando criteri automatici e riducendo la discrezionalità di eventuali commissioni. Questa è la soluzione seguita dall’Arizona. Questi due modelli non hanno prodotto casi di corruzione. Il terzo sistema consiste nella vendita della cannabis in farmacie oppure in liquor stores, dove oggi si può comprare l’alcol. Il mercato degli alcolici è strettamente regolato negli Stati Uniti e questa sembra essere la via più saggia per mettere in pratica la volontà di milioni di elettori, che hanno votato per la legalizzazione della cannabis. La questione oggi non è se legalizzare e meno, ma quale modello seguire. Sarebbe bene evitare la formazione di “cartelli di produttori” corrotti che vanno a sostituirsi ai cartelli della droga.

[testo anche qui]

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