Quelle richieste al padrino, il vizio invincibile della borghesia inquinata. Repubblica-Palermo, 11.04.2021


Squilla il cellulare di Giovanni Caruso, presunto appartenente a Cosa Nostra. Estate del 2019. “Mi potresti fare una grande cortesia Giovà? Potresti salire cinque minuti ai Pagliarelli? Al negozio?” “Va’ bene,” risponde Giovanni. Qualche mese dopo, le autorità registrano un’altra telefonata: “Eh Giovà, ti volevo chieder una cosa…” “Dimmi, vieni a casa, io a casa sono,” risponde Giovanni. La prima chiamata viene fatta da un imprenditore palermitano che si occupa di prodotti per la casa, una persona che appartiene alla borghesia produttiva della città, titolare di otto punti vendita. Ha subìto due furti nel giro di cinque giorni. A chi si rivolge per riavere i suoi soldi e punire i colpevoli? A Giovà. La seconda telefonata parte dal cellulare del titolare di un bar del centro, il quale ha un collega cui è stata rubata una Lancia Y. A chi si rivolge per ritrovare l’auto? A Giovà. L’indagine dei Carabinieri di Palermo che ha portato all’arresto di Giovanni Caruso e Giuseppe Calvaruso, il presunto capo mandamento di Pagliarelli (e innocenti fino a prova contraria), contiene diversi esempi di imprenditori che vanno alla ricerca della protezione mafiosa anche quando potrebbero benissimo rivolgersi alla polizia. Hanno le risorse umane e sociali per attendere ma preferiscono non farlo. E Giovà si mette immediatamente a disposizione. 

[testo continua qui]

[conclusione:]

[…] Come recita il titolo di un famoso libro di Norberto Bobbio, la pace può essere assicurata solo da un agenzia “terza”, lo stato, che non deve esser percepito come “assente”. Altrimenti il vuoto viene riempito da Giovà & Co.

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