Inferno russo, Repubblica 16.01.2022

[Ho pubblicato un lungo reportage sulle prigioni russe e sulla reazione della mafia russa. Repubblica.] ecco il testo:

“Pace alla nostra Casa comune. Prosperità alla comunità dei ladri-in-legge.” Così inizia uno dei documenti più significativi e controversi mai prodotti dalla mafia russa. Apparso nelle principali prigioni della Federazione ai primi di dicembre del 2021, è scritto a mano, in bella grafia, con alcune parole sottolineate ripetutamente. Il primo testo ad essere firmato dalla “totalità dei ladri-in-legge” (la comunità dei boss), esso propone una reinterpretazione radicale dei principi che governano la vita quotidiana nelle carceri russe. Il documento è la risposta a decine di video emersi a novembre che dimostrano come le autorità in molti penitenziari stuprano i prigionieri riluttanti a collaborare. I video sono stati trafugati da un ex detenuto oggi nascosto in Francia, un Edward Snowden al contrario. La mano dura di Putin nei confronti dei carcerati non allineati e dei dissidenti sta cambiando le regole del mondo criminale: oggi è la mafia ad invocare “umanità e comprensione” per le vittime della tortura e a denunciare il regime. Putin, nel frattempo, ha licenziato il direttore generale delle carceri e affrontato il tema nella sua conferenza di fine anno. Noi abbiamo parlato con i principali protagonisti di questa storia. 

Per capire la portata storica del documento di dicembre dobbiamo entrare virtualmente in una prigione russa, un’esperienza che non si augura al proprio peggior nemico. Una cella tipica dovrebbe ospitare non più di una decina di persone. Di norma, ne trovate circa trenta. Oltre a percepire l’effluvio di corpi pigiati e di acre sudore umano, si intravedono la latrina, un cucinotto e un tavolino. Non c’è un giaciglio per tutti: per coricarsi bisogna fare i turni, anche tre per notte. Il rumore indistinto di voci si interrompe e tutti squadrano il nuovo arrivato, il quale noterebbe probabilmente un paio di detenuti accucciati vicino al cesso. Non sono carcerati qualunque: questi poveri cristi appartengono alla casta degli intoccabili. I momenti più difficili per un nuovo arrivato sono i primi. Tutti si attendono che faccia un errore, che si rivolga agli intoccabili senza saperlo, magari che si corichi nella stessa branda. Un passo falso si paga con la degradazione nella casta più bassa della gerarchia del carcere. 

Gli epiteti per questi individui nel gergo criminale russo sono innumerevoli: “offesi”, “unti”, “emarginati”, “galletti”, “topi”, “pettine”, “margherite”, “blu”. In base alle regole non scritte ma ferree delle prigioni gli omosessuali, chi ha toccato un pene, chi è stato cosparso di urina dagli altri carcerati e chi si è macchiato di atti di pedofilia, rientra automaticamente nella categoria dei dannati. Anche chi non ubbidisce alle regole o entra in conflitto con i boss delle celle— ad esempio per non aver pagato un debito di gioco oppure per aver fatto la spia — può essere degradato al ruolo di intoccabile. A quel punto la vita diventa un incubo. “È peggio di una condanna a morte,” mi disse una volta un ex carcerato. Gli intoccabili mangiano da soli, si lavano in un lavello separato, passano gli anni della detenzione a pulire le latrine e le fogne. Gli altri carcerati non possono prendere nulla dalle loro mani né rivolgere loro la parola. Il cibo viene messo in un frigo separato e le posate sono marcate con un foro. Ogni cosa che toccano diventa impura. Subiscono vessazioni di ogni genere, anche sessuali, dai prigionieri autorevoli, come appunto i ladri-in-legge e i loro alleati. La cultura delle carceri è omofoba e condanna l’omosessualità passiva, mentre quella attiva è diffusa e tollerata. Gli intoccabili sono spesso ragazzi giovanissimi e inesperti che ben presto si ammalano di AIDS (è curioso che nelle carceri femminili le donne omosessuali siano invece all’apice della gerarchia criminale). Chi fraternizza con gli intoccabili oppure mostra umana compassione verso di loro rischia di essere assimilato ad essi. Un modo di dire diffuso nelle carceri russe è: “Peggio della Kolyma [il campo più duro del sistema sovietico, detto “il crematorio bianco”] c’è solo la vita del galletto.” 

Il nuovo arrivato deve proteggersi non solo dai ladri-in-legge, ma anche dall’amministrazione, che spesso manipola le regole informali per soggiogare e vessare la popolazione carceraria. Uno dei modi più semplici per rendere la vita impossibile ad un dissidente o ad un criminale famoso è condannarlo per reati di pedofilia. Così egli entrerà immediatamente nella casta degli intoccabili, anche se l’accusa è del tutto infondata (va detto che il mondo criminale non crede sempre alle condanne ufficiali e sospende il giudizio fino a quando non ha raccolto informazioni durante una sorta di indagine parallela). Un’altra strategia adottata in certe carceri è quella di utilizzare gli intoccabili per stuprare i nuovi arrivati. Questi ultimi di norma passano una quindicina di giorni in quarantena prima di essere condotti in cella. Durante questo periodo i secondini e altri carcerati alleati dell’amministrazione cercano di capire se la recluta sarà disposta a collaborare facendo l’informatore, ammettendo al processo le proprie colpe (vere o presunte) e denunciando altri se necessario, oppure se sarà una testa calda, determinata a far valere i propri diritti e a ribellarsi ai soprusi. Chi resiste verrà coperto di urina, stuprato e picchiato a sangue. Vladimir Pereverzin, un manager dell’azienda Yukos che ha passato sette anni in galera, ha raccontato di essere stato messo difronte ad una scelta: o firmi la tua confessione oppure diventi un intoccabile. Ivan Astashin, un ex seguace di Limonov con un passato di militante nelle organizzazioni nazionaliste russe, è stato recluso quasi dieci anni, tra i 18 e 28, prima a Krasnoyarsk e poi Norilsk, accusato di essere parte di una cellula terroristica. Ivan mi parla dalla cucina del suo piccolo appartamento di Mosca. Ha lo sguardo penetrante e i capelli rasati a zero: “Il sistema degli intoccabili non esisterebbe se l’amministrazione penitenziaria non fosse complice. Essa mette a disposizione tavoli separati, frigo, orari delle docce speciali e così via. Queste persone sono utili perché fanno lavori che nessuno vuole fare. Nella mia unità c’erano circa 150 detenuti e una quindicina di intoccabili. Quando il numero scendeva l’amministrazione ne trovava altri.” Ivan, che oggi lavora per un’associazione che difende i diritti dei detenuti, mi conferma che circa il 15% dell’intera popolazione maschile in carcere in Russia è nella casta degli intoccabili: più di sessantamila persone, un numero che, se confermato, fa inorridire. Le torture sono note da anni, ma fino ad ora mancavano prove inoppugnabili, oltre alle testimonianze delle vittime. Un avvocato che rappresenta gli intoccabili, Alexander Vinogradov, ha dichiarato che, dal 2013 al 2020, questi hanno inoltrato 4.300 denunce alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Senza alcun esito. La Corte rispediva la denuncia al ministero russo che scriveva al carcere il quale, dopo un’approfondita indagine, concludeva che la denuncia era infondata. Le cose sono cambiate di colpo grazie ad un giovane bielorusso di 31 anni, Sergei Savelyev.

Sergei risponde alle mie domande da una località sicura in Francia, dove ha fatto domanda di asilo. Vi è arrivato la notte del 15 ottobre 2021, dopo una fuga rocambolesca dalla Russia e sette anni di galera. Durante gli ultimi due anni di detenzione ha raccolto più di mille video di torture eseguite da funzionari dell’amministrazione penitenziaria. I filmati stanno cominciando ad essere resi pubblici e hanno già scatenato un terremoto avvertito nelle celle di tutto il mondo post-sovietico e nelle segrete stanze del Cremlino. Sergei non corrisponde all’immagine del criminale di professione. Assomiglia piuttosto al tecnico informatico che chiami se hai problemi di connessione, è piccolo di statura e porta gli occhiali. Durante la nostra conversazione passa da un russo forbito e grammaticamente sofisticato al gergo delle carceri. “Sì, sono io, quello che ha passato all’associazione non governativa Gulagu.net quelle immagini terribili.” Dalla sua voce emerge la difficoltà di parlare di questi temi. La conversazione fatica un po’ ad ingranare, poi prosegue spedita. Nel 2013 Sergei viene arrestato a Krasnodar per reati di droga: accetta di prendere in consegna un pacco che presto si rivela contenere sostanze proibite e viene arrestato immediatamente. Sembra una trappola scattata per far fare bella figura a qualche poliziotto locale. “È una storia semplice e triste, come tante.” Passa più di un anno e mezzo in attesa di processo in un carcere nei pressi di Krasnodar. “La cella era disgustosa, l’intonaco ti cadeva in testa, si facevano i turni per dormire, gli scarafaggi erano creature mostruose, enormi, con lunghi peli rossi, che salivano dalle fogne.” Arrivata finalmente la condanna, viene spedito a Saratov, un carcere con una pessima reputazione. “Le autorità di Saratov pensano che il penitenziario di Krasnodar sia ‘nero’, cioè controllato dai ladri-in-legge e quindi vogliono farti ‘cambiare colore,’ con le buone o con le cattive.” Questo trattamento avviene nelle celle di quarantena, dove i nuovi arrivati devono passare due settimane. Lì gli “operativi” ti fanno domande, cercano di capire se sarai un piantagrane e ti picchiamo selvaggiamente. Una volta entrato nel carcere vero e proprio, Sergei viene assegnato all’infermeria, dove svolge mansioni d’ufficio. Compila moduli, redige verbali, smista chiamate, immette dati in un computer. Passa tutto il giorno in ufficio e torna in cella solo la sera tardi. Nel 2016 si ammala di polmonite e il medico di turno sospetta che abbia anche la tubercolosi. Per fare i raggi viene trasferito nell’Ospedale Regionale Tubercolosi Numero 1, universalmente noto con l’acronimo OTB-1, famoso non tanto per l’eccellenza diagnostica e terapeutica, ma per essere un centro torture. Sergei fa di tutto per non andare, ma senza successo. Dopo una serie di analisi, scopre di non aver mai avuto la tubercolosi. Ma ormai è lì e non può più ritornare al suo precedente incarico. Gli “operativi” che lo tengono sotto osservazione hanno decretato che è una persona affidabile e può essere utile nell’OTB-1. Finisce così a lavorare nell’ufficio di comando dell’ospedale. È un lavoro che non gli dispiace, simile al precedente, che gli permette di passare il meno tempo possibile in cella. Oltre a diversi compiti amministrativi, fare fotocopie e ordinare l’archivio, deve anche scaricare i video dei filmati registrati dalle fotocamere indossate degli agenti di servizio. “Servivano certe competenze informatiche per gestire le registrazioni,” mi dice. All’inizio, non vede nulla di interessante: un poliziotto ispeziona la mensa, un altro entra ed esce da una camerata, un terzo visita un deposito. Durante tutto questo tempo sa di essere sotto stretta osservazione. “Dopo circa due anni arriva la svolta: si fidano abbastanza di me, al punto da darmi i video delle torture, col compito di cancellarli oppure di inoltrarli ad altri uffici.” Le torture non avvengono per caso, sono pianificate nei minimi dettagli, in stanze senza telecamere fisse al muro, sostiene Sergei. L’aguzzino porta una videocamera portatile, semplice ma efficace, e filma l’intero evento. “Tutti sapevano che queste cose avvenivano, ma fino a quando non le ho viste con i miei occhi non mi sono sembrate reali. Ho cominciato a guardare il girato ed ero disgustato. All’inizio non sapevo cosa fare. Poi ho deciso di copiarli.” Il piano prende forma intorno al 2019, quando Sergei decide di duplicare e nascondere i file che gli consegnano. A volte il tempo è troppo breve, oppure il detenuto è troppo controllato e non riesce ad agire. Sergei è l’unica persona nella storia del sistema penitenziario russo ad aver trafugato materiale così esplosivo. La quantità è straordinaria: due terabyte di materiale, migliaia di video raccolti in neppure due anni, correndo un rischio grandissimo. Le immagini sono inoppugnabili. “Dove hai trovato la forza?” gli chiedo. “Non saprei. L’ho fatto e basta. La cosa più importante per me è stata concepire un piano. Per fare questo dovevo criptare i file in maniera sicura. Facevo molta fatica a stare calmo, lo stress era enorme, ma alla fine ce l’ho fatta.” Una volta l’ufficio di Sergei viene perquisito da funzionari venuti apposta da Mosca, alla ricerca di materiale compromettente, per un’indagine che non lo riguardava. I file che aveva nascosto non vengono trovati. Allo scadere della pena torna a vivere in Bielorussia e, a partire dal febbraio del 2021, comincia a spedire i documenti all’associazione non governativa basata a Parigi Gulagu.net, fondata e diretta da Vladimir Osechkin. “All’inizio noi stessi non potevano credere che il materiale fosse autentico, sospettavamo che fosse una provocazione dell’FSB per metterci in difficoltà. Poi abbiamo cominciato a pensare che fosse autentico e provenisse da un funzionario delle carceri. Solo il 24 di settembre Sergei rivelò la sua identità, ci disse di essere in pericolo e che voleva scappare dalla Russia. Anche a quel punto non eravamo sicuri al cento per cento. Presto però ci siamo convinti, dopo aver raccolto informazioni da altri detenuti che lo conoscevano. Sergei ha fatto tutto da solo, è un eroe del nostro tempo,” mi dice Osechkin dalla sede di Galugu.net di Parigi. Quando Sergei capisce che la sua identità è stata compromessa, non gli resta che scappare in Francia, passando per la Turchia e la Tunisia, e chiedere asilo politico.

I video cominciano ad apparire il 10 novembre del 2021 sul canale YouTube di Gulagu.net. Sono troppo disturbanti per poterli guardare nella loro interezza: le vittime sono tenute ferme mentre vengono stuprate, le urla spaccano i timpani, i tentativi di resistenza sono futili. In un episodio del 25 giugno 2020, un uomo ordina ad un prigioniero, con le mani legate alla branda e le gambe sollevate sulla testiera, di dichiarare il suo nome forte e chiaro. L’operatore inquadra il volto in primo piano, insieme alle corde che lo legano, mentre un altro uomo lo tiene per le gambe. La vittima è quindi ripresa di lato, mentre un aguzzino lo stupra, senza usare il preservativo. Anche chi aderisce alla fratellanza dei ladri-in-legge viene preso di mira. Nel girato del 10 aprile del 2020, si vede un giovane, nudo, che giace a pancia in giù con le mani legate con un nastro adesivo dietro la schiena. L’aguzzino gli pianta un anfibio sulle scapole, lo chiama per nome e aggiunge: “Chi sei nella vita?” Il prigioniero risponde: “Nessuno, sono un pezzente.” Una voce fuori campo aggiunge: “Sei un galletto.” L’altro continua a premere l’anfibio sulla testa del prigioniero e lo apostrofa: “Ma che ladro-in-legge vuoi essere tu …”. La tortura è solo all’inizio, l’abiura della fratellanza già compiuta. Negli altri casi, viene punito chi si lamenta troppo, chi scrive denunce contro l’amministrazione, chi non vuole ritirare una testimonianza scomoda, chi è scappato dal campo, chi non vuole svolgere certi compiti onerosi. Capita anche che alla vittima venga chiesto di revocare il proprio difensore, se questi è troppo solerte nel suo lavoro. Se rifiuti sai cosa ti aspetta. Mi fa impressione scoprire che la chiesa ortodossa è a soli 100 metri di distanza da questo inferno, ma la carità cristiana non potrebbe essere più lontana. 

Come è possibile che altri prigionieri si macchino di delitti così turpi, chiedo a Sergei con una certa dose di ingenuità. “Molti sono stati stuprati a loro volta. In prigione non ci sono persone il cui destino non sia stato snaturato, la cui psiche non sia stata danneggiata. Io posso capire perché le guardie carcerarie e i loro alleati tra i prigionieri infliggano quel dolore, ma non li posso giustificare. La gran parte di loro non sono dei sadici, lo fanno per sopravvivere, il sistema crea mostri.” Gli chiedo se pensa che il suo gesto possa cambiare qualcosa. “C’è il rischio che, ora, vengano puniti gli esecutori materiali o i funzionari di basso rango, che compaiono nei video, e non chi ha ordinato gli stupri, chi ha permesso che essi avvenissero. Spero che il mio gesto spinga tutti a raccontare la propria storia.” Ma il codice criminale decreta che chi rivela la propria sventura entri automaticamente nella categoria degli intoccabili, rendendo molte confessioni di chi è oggi in carcere improbabili. Almeno fino a quando il codice stesso non cambia. 

La dichiarazione di dicembre è una risposta diretta alla pubblicazione dei video di Sergei di circa un mese prima. I boss hanno deciso di cambiare le regole. Chi è stato stuprato con una scopa oppure un manganello da parte della polizia (definita ‘spazzatura’ in tutto il testo) non deve essere assimilato ad un intoccabile. Chi è stato violato con un pene non può, a buon diritto, mangiare e bere insieme ai boss, ma—e qui sta la novità—non deve neppure essere considerato un “galletto” e può interagire con gli altri carcerati. “Umiliare e irridere” le vittime degli stupri perpetrati dalle autorità e dai loro sgherri non è un atto degno di un uomo. Aggiungono i ladri-in-legge: “A livello umano, si può solo simpatizzare con loro.” Il testo continua con un appello a chi ha firmato documenti di collaborazione con le autorità e teme quindi di diventare un intoccabile. “Non è così, mille volte no. Comunicate la vostra situazione e gli uomini vi aiuteranno” (per ‘uomini’ si intendono i prigionieri che rispettano il codice delle prigioni). Chi è stato aggredito a Saratov oppure a Irkutsk (un altro famigerato centro di torture) non deve temere di raccontare la propria storia. Se sarà sincero, verrà trattato con compassione. Il testo si conclude con la firma, “la massa dei ladri-in-legge,” e con l’esortazione a diffonderne il contenuto. Secondo il sito che ha distribuito il testo, Baza, esso è stato scritto ad un conclave di ladri-in-legge in cui era presente anche Shakro il giovane (Zakhary Kalashov), un boss particolarmente influente. 

Appena il documento è stato reso noto sul canale Telegram dell’agenzia Baza si è scatenato il dibatto: è autentico oppure è un prodotto dei servizi segreti? Le teorie cospirative in un paese come la Russia abbondano. Alcuni sostengono che sia un falso messo in circolazione dalla stessa ONG Gulagu.net. Un lungo articolo pubblicato su Novaya Gazeta il 15 dicembre sviscera la questione intervistando diversi esperti ed ex carcerati. L’opinione generale (ma non del tutto unanime) è che esso sia autentico. Le analisi pubblicate sul sito MediaZona giungono alla medesima conclusione. Eva Merkacheva, una giornalista e attivista per i diritti umani, da poco silurata dalla commissione consultiva dell’Amministrazione carceraria federale, ha detto di aver ricevuto il testo da un detenuto vicino al mondo dei ladri-in-legge. “Non ho alcun dubbio sulla sua autenticità”. Anche Sergei mi dice di non credere che sia un falso: “I miei avvocati, collaboratori ed ex compagni di prigione mi hanno tutti confermato che è autentico. Del resto, se così non fosse, sarebbe stata pubblicata una smentita”.

Per molti aspetti la dichiarazione di dicembre è simile ad altre diffuse dai boss nel corso degli ultimi anni. Ad esempio, i concetti e le parole-chiave positivi, come il rispetto reciproco e l’unità, sono sottolineati due volte, con mano ferma. Un motto diffuso nel Gulag spiega che la doppia sottolineatura rimanda ad una persona “certa del proprio valore, che si regge sicura sulle proprie gambe”. Al contrario, i concetti negativi, come la ‘monnezza’ e il disordine, hanno una doppia sottolineatura ondulata, allo stesso modo come sono “vacillanti e senza spina dorsale coloro per i quali i ladri-in-legge non hanno rispetto.” Lo stile è molto simile a dichiarazioni di questo genere che anch’io ho esaminato in passato. Ad esempio, la Dichiarazione di Dubai, un testo che annuncia il conferimento del titolo di boss a sedici persone durante una cerimonia avvenuta a Dubai nel 2012 (ne parlo in Vita di mafia) è strutturalmente identica, anch’essa scritta a mano e in corsivo. Anche in quel caso, il testo inizia rendendo omaggio alla comunità dei ladri-in-legge, per poi annunciare i nomi dei nuovi boss e le ultime novità. Allora il documento apparve sul sito PrimeCrime.ru. Internet e i canali Telegram sono oggi il nuovo radio-carcere, che raggiunge tutti. Ivan Astashin da Mosca mi racconta però che nel suo penitenziario le dichiarazioni arrivavano su fogli scritti a mano, passati da prigionieri in transito. “Nel mio periodo vi erano spesso editti sul consumo di droga. Uno, ad esempio, imponeva di non fare un uso smodato di eroina e metadone. Un altro proibiva tassativamente il consumo di nuove droghe sintetiche, come lo spice [un potente mix di erbe e sostanze chimiche]. Tutti, anche noi politici, obbedivamo a questi ordini.”  Vi è però una differenza cruciale rispetto alle dichiarazioni del passato (dette in gergo progon). Mentre quelle del passato portano in calce i nomi dei boss, questa non è firmata. Già a novembre l’influente ladro-in-legge Beso Kvinikhidze (Beso Rustavsky) parlò in pubblico contro la pratica degli “operativi” di violare i carcerati: “Ci sono persone che si uccidono per non perdere il proprio onore. E molti sono semplicemente assassinati dagli operativi durante la tortura.” Perché allora non firmare? Ivan Astashin non ha dubbi. Mi dice: “In base ad un nuovo articolo del Codice penale, introdotto nel 2019, chi si dichiara ladro-in-legge rischia una pena dagli 8 ai 15 anni; quindi, nessuno vuole firmare col proprio nome” (il primo processo di questo tipo è stato intentato a Tomsk ed è ancora in corso). 

Per accertarmi io stesso dell’autenticità del documento ho contattato un alto esponente dei ladri-in-legge che oggi vive in Grecia. In passato mi ha aiutato a decifrare questo mondo, facendomi anche un regalo, un ciondolo che rappresenta una mano. Nel palmo stringe due dadi, mentre nel dorso vi è rappresentata la stella a otto punte dei vory-v-zakone (il termine russo per i ladri-in-legge). Il ciondolo è stato prodotto nei laboratori delle carceri greche.

“Sì — mi ha risposto —. Abbiamo ricevuto la dichiarazione all’inizio di dicembre, appena promulgata. È autentica e sappiamo chi l’ha scritta.” Ci tiene ad aggiungere che anche in passato se un “uomo” veniva stuprato con un oggetto, come un bastone o una scopa, oppure veniva cosparso di urina da parte delle guardie o dai prigionieri “venduti”, non sarebbe entrato nella casta degli intoccabili. “Altra cosa è essere toccati da un *** [pene].” In questo caso, la regola era — e continua ad essere — la degradazione nella casta degli intoccabili. La novità consiste che costui debba essere trattato con rispetto e compassione. La mia fonte aggiunge un dettaglio cruciale: “Nel nostro mondo, il documento ha creato molte discussioni. C’è una divisione profonda tra chi accetta la nuova risoluzione e chi difende le vecchie regole. Questo dibattito può sfociare in un conflitto e qualcuno può farsi male.” Potrebbe ripetersi quindi la lotta intestina ai ladri-in-legge scatenatasi durante la Seconda guerra mondiale, quando alcuni boss tradizionalisti, contrari ad ogni collaborazione con l’URSS, si rifiutarono di andare a combattere per l’Unione Sovietica? “Sì, è possibile,” mi ha risposto con la brevità che si addice al personaggio, ma ha aggiunto anche che spera che il conflitto non sarà così cruento.

La fratellanza dei boss è comunque in difficoltà. Non esiste una regia unica, un Boss dei Boss che possa parlare a nome di tutta la mafia russa. Molti sono in carcere in Europa, con una visione diversa rispetto a chi è in Russia. Un conflitto sulla dichiarazione di dicembre rischia di indebolire ulteriormente la fratellanza. Olga Romanova, una giornalista finanziaria molto nota negli anni Novanta, la quale ha fondato nel 2008 l’associazione “Russia dietro le sbarre” dopo l’arresto del marito, risponde alle mie domande da Berlino, dove si è rifugiata di recente: “I ladri-in-legge stanno subendo una forte pressione dal sistema di potere ‘verticale’ di Putin. Fino a circa il biennio 2014-2015 vi era una alleanza di fatto tra potere e strutture criminali. Poi Putin si è reso conto che i ladri-in-legge stavano ottenendo troppi vantaggi e ha cominciato ad adottare una serie di misure legislative contro la fratellanza, per costringerli a collaborare da una posizione di inferiorità.” A suo parere, questo è anche il periodo in cui si è diffusa la tortura nelle carceri. Dal 2020 chi divulga la cultura del “mondo criminale” (definita in modo vago) può essere equiparato a chi promuove materiale estremista o terrorista. Per questo i giornali russi non hanno pubblicato per intero il documento di dicembre. Inoltre, un nuovo articolo del Codice penale prevede il carcere per la semplice appartenenza alla fratellanza, una fattispecie che ricalca l’associazione a delinquere di stampo mafioso. I difensori del Presidente fanno notare che le norme sono mutuate da altri paesi, come l’Italia e la Georgia. Di certo queste misure sono introdotte in un clima di crescente autoritarismo e possono essere usate per ridurre la libertà di stampa e di ricerca. Una nuova legge sugli “agenti stranieri” costringe molti giornali e siti a far precedere ogni loro articolo da un testo in maiuscolo che dichiara: “Questo contenuto è prodotto da un ente straniero.” La storica ONG Memorial, fondata dal premio Nobel Andrei Sakharov nel 1989 con lo scopo di tenere viva la memoria e lo studio delle repressioni staliniane, è stata sciolta nel dicembre del 2021 proprio per aver violato, secondo l’accusa, la legge sugli enti stranieri. 

Le rivelazioni di Sergei stanno cominciando a fare effetto. Una volta resi pubblici i primi video, 400 carcerati a Saratov hanno denunciato abusi sessuali, torture ed estorsioni. Video simili sono emersi da altri quattro penitenziari. Sergei mi dice: “È un numero altissimo di persone che non hanno paura di parlare. Non si è mai visto niente di simile in passato.” Il racconto di un altro detenuto di Saratov, Alexei Makarov, conferma i filmati trafugati da Sergei. Secondo Makarov, almeno cento persone hanno subìto abusi e stupri nel periodo in cui lui era lì, dal 2018 al 2020. Prove di torture sistematiche sono apparse anche in altri penitenziari, quali Krasnoyarsk, Irkutsk, Angarsk e Blagoveshchensk. Denis Golikov ha ammesso (in un video pubblicato da Gulagu.net) di essere stato un torturatore nel campo di Irkutsk. “Quando arrivai in prigione pesavo 56 chili ed ero alto 173 centimetri. Gli operativi mi hanno imbottito di steroidi e sono ingrossato fino a 117 chili”. Per non essere stuprato egli stesso, è diventato un aguzzino. Secondo Gulagu.net, stupri di massa sono avvenuti nelle celle del carcere di Irkutsk per punire i carcerati che avevano inscenato una protesta. Tra aprile e novembre del 2020, 400 detenuti sono stati stuprati, ha detto Golikov.

Lo scandalo ha spinto Putin a esonerare dall’incarico il direttore dell’amministrazione penitenziaria, Alexander Kalashnikov, un generale che proveniva dall’FSB. Lo ha sostituito con un viceministro ed ex poliziotto, Arkady Gostev, che dovrà gestire quasi mille e duecento penitenziari e un bilancio di 4 miliari di euro, l’1.5% delle intere spese statali (la percentuale più alta in Europa). Circa una ventina di altri funzionari sono stati destituiti, tra cui il direttore dell’Ospedale Tubercolosi Numero 1 di Saratov e il direttore del carcere di Irtkusk, anch’esso al centro dello scandalo. Tra i licenziati vi è anche il vice di Kalashnikov, Anatoly Yakunin. Sergei mi dice di non aver mai incontrato Yakunin, ma questi era l’unico funzionario di alto rango ad aver cercato di porre un argine alla tortura sistematica, con diverse visite nelle carceri e incontri con vittime e avvocati difensori. “Yakunin sembrava davvero sincero nel voler riformare il sistema e mi spiace che un effetto non voluto delle mie rivelazioni sia stato il suo licenziamento”. Lo scandalo ha inferto un duro colpo alla gestione dell’FSB delle carceri russe. Il nuovo capo ha una buona reputazione e toccherà a lui metter in atto riforme per porre fine alla tortura sistematica. Certo un cambiamento sarà possibile solo se vi sarà una spinta decisiva da parte del Presidente. Nella conferenza di fine anno, Ksenia Sobchack, la figlia del defunto sindaco di San Pietroburgo e mentore del giovane Putin, ha avuto il coraggio di chiedere all’inquilino del Cremlino cosa pensasse dello scandalo. Putin ha risposto: “Queste torture avvengono anche nei penitenziari americani e francesi. La giustizia russa ha aperto 17 indagini sul caso e i colpevoli saranno puniti.” Il 6 gennaio di quest’anno il Cremlino ha chiesto al Ministero della Giustizia di avanzare entro il primo giugno proposte per ridurre il bullismo nei luoghi di detenzione e alcuni deputati stanno per proporre una legge sulla tortura (oggi le guardie possono essere accusate solo di abuso di potere). Sergei commenta: “Si parla da almeno dieci anni di una legge sulla tortura nelle carceri. Certo è un segnale positivo che adesso ci sia un nuovo impeto, grazie alle nostre denunce.” Il suo caso personale non fa ben sperare: la procura di Mosca dapprima ha aperto un’indagine nei suoi confronti per la diffusione di segreti di stato, poi l’ha chiusa. Ma, teme Sergei, altre imputazioni contro di lui sono in arrivo. 

Quando un regime diventa autoritario, anche le mafie perdono autonomia, perché esso non tollera alcuna forma di potere alternativo e loro vengono schiacciate. Ad esempio, non esiste la mafia in Corea del Nord e nella Russia di Stalin la fratellanza fu quasi interamente decimata. Le grandi associazioni criminali prosperano nei regimi democratici, che combattono le mafie senza infrangere lo stato di diritto, senza torture o esecuzioni sommarie. Questo è il prezzo che si paga per rimanere umani. Torno con la mente alla mia conversazione con Sergei. “Il carcere è un luogo che deforma l’anima,” dice, e aggiunge, a fatica, con la voce rotta: “In prigione ho perso le mie più grandi qualità umane, il senso dell’umorismo, la fiducia negli altri, la mia ingenuità. Mi sembra di essere affetto da una disabilità emotiva. Non sono certo che ritornerò mai ad essere quello che ero.” Senza volerlo, queste parole mi ricordano quelle scritte da Varlam Shalamov, che fu confinato nel Gulag sovietico negli anni Trenta e Quaranta per sedici anni (i suoi scritti sono stati tradotti in Italia per la prima volta dallo slavista Piero Sinatti). In un racconto, La quarantena del tifo, Shalamov descrive il suo alter ego con queste parole: “Lui era una scoria, uno scarto. Non provava altro che odio. Le piaghe dell’anima non potevano guarire tanto facilmente. E non guarirono mai più”. Le prigioni, i campi, il lager sono l’esame morale di una nazione, di un popolo. Chi non supera questa prova non può dirsi civile. 

Nota: sono grato a Elena Racheva per l’aiuto logistico e i preziosi consigli. 

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