Recensione, Arnaud Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine. English version below
Il rapimento di Maduro in Venezuela e il conflitto in Iran hanno un elemento in comune: l’ambizione di una potenza imperiale di controllare risorse energetiche che non possiede. Un libro di storia economica appena pubblicato, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, di Arnaud Orain, ci aiuta a capire questa dimensione cruciale dei conflitti del XXI secolo: come è avvenuto in gran parte della storia moderna, anche oggi si combatte per presidiare rotte commerciali e per limitare l’accesso dell’avversario alle risorse energetiche.

Il libro espone due tesi tra loro strettamente legate. Innanzitutto, il capitalismo non coincide con il libero scambio, la concorrenza e l’apertura dei mercati. Al contrario, in quasi tutta la sua storia, esso si organizza attraverso la monopolizzazione di spazi, risorse e infrastrutture. Inoltre, le élite politiche hanno una visione essenzialmente pessimista del mondo. Ben lungi dal credere alla teoria del vantaggio assoluto e comparato esposta da Adam Smith e David Ricardo, pensano che le risorse siano finite e che occorra acquisirle con la forza, in un gioco a somma zero (da qui l’etichetta di ‘finitudine’ per un fenomeno che non si discosta troppo dal mercantilismo).
Orain concede che il capitalismo ha assicurato un certo grado di libero scambio quando una potenza egemonica–Inghilterra prima e Stati Uniti poi–dominava il commercio internazionale, anche se con accordi sempre favorevoli al centro. Quando l’egemone entra in crisi o non c’è, il mondo si organizza secondo i principi del capitalismo della finitudine. Questo è accaduto dal XVI al XVIII secolo. La seconda fase, tra 1880 e 1945, corrisponde alla fine dell’egemonia inglese e vede il ritorno dei dazi, la cartellizzazione e la conquista territoriale per assicurarsi materie prime e sbocchi. L’ordine liberale ottocentesco in realtà si basava sulla militarizzazione dei rapporti economici e sullo sfruttamento delle colonie. Per ottenere questo risultato è cruciale la supremazia navale. Per dare forza al suo ragionamento, Orain riscopre Alfred T. Mahan (1840-1914), un ufficiale della marina statunitense, che propose le tre “leggi” fondamentali della geopolitica marittima: quando non esiste un egemone navale, ogni potenza commerciale deve proteggere da sé le proprie rotte; quando l’egemone esiste ma viene sfidato, la crescita manifatturiera delle potenze rivali finisce per trasformarsi in sfida navale e militare; quando invece una potenza riesce a imporsi stabilmente sui mari, essa definisce le regole della circolazione e garantisce una libertà di navigazione che converge con i propri interessi. La terza fase del capitalismo della finitudine comincia intorno al 2010 ed è quella in cui ci troviamo adesso. Al declino della potenza economica degli USA emergono blocchi commerciali, dazi, corridoi protetti, guerre per ottenere risorse e “silos imperiali”. Orain va dunque ben oltre l’idea di una pura deglobalizzazione. Il mondo resta interconnesso, ma in modo gerarchico, coercitivo e segmentato.
La visione della “finitudine” delle risorse riecheggia anche in certe tesi ambientaliste. Il capitalismo contemporaneo non promette più crescita illimitata in un mondo aperto, e dunque bisogna affrettarsi a mettere in atto la transizione ecologica e aspirare a forme di autosufficienza energetica. Per esempio, nuovi investimenti nell’energia nucleare e il mantenimento delle attività estrattive già autorizzate nel Mare del Nord sono parte integrante delle argomentazioni del centro-sinistra nel Regno Unito. Orain aggiunge che, in questa fase, la fabbrica ha perso centralità simbolica a vantaggio del magazzino, della logistica, dello stoccaggio e della posizione lungo i flussi. Non è più tanto la produzione in sé a contare, quanto la capacità di collocarsi in punti obbligati della circolazione e di ricavarne rendita. Vi è dunque una similitudine strutturale tra le Compagnie delle Indie dell’età moderna e i giganti digitali contemporanei: entrambi prosperano non producendo, ma appropriandosi degli accessi e governando dati, comunicazioni e reti. Il capitalismo della finitudine è dunque anche un capitalismo del magazzino, del cavo, del satellite e del corridoio logistico.
Un’estensione naturale del ragionamento di Orain riguarda, a mio parere, la criminalità organizzata. Anche le mafie si collocano nei punti di passaggio, nelle strozzature, nei luoghi dove l’accesso a una risorsa o a un mercato può essere regolato e trasformato in rendita. Anche le mafie non credono al libero mercato. Impongono barriere all’ingresso di nuovi imprenditori, governano territori, regolano scambi, proteggono alcuni operatori e ne escludono altri. In questo senso, la loro azione è una forma estrema e violenta di capitalismo della finitudine. Sono mercantiliste senza saperlo.
Dunque la stessa strategia politica di Trump è profondamente mafiosa: trasforma il controllo politico di un territorio in un governo privato. Come un boss mafioso, concepisce il mercato come un’arena da controllare attraverso la violenza; le alleanze diventano rapporti di protezione; i dazi tributi; chi non si adegua viene punito. La politica di potenza di Trump non abolisce il capitalismo: lo riporta alla sua forma mercantilista. Del resto, diceva Agostino d’Ippona, “Remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”
Arnaud Orain, La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine, traduzione di Alessandro Manna, Torino, Einaudi, 2026, collana “La biblioteca”, 288 pp., €28, ISBN 978-88-06-27097-1. Edizione originale: Le monde confisqué. Essai sur le capitalisme de la finitude, Paris, Flammarion, 2025.
Review, Arnaud Orain, The Confiscation of the World: A History of Finitude Capitalism
The kidnapping of Maduro in Venezuela and the conflict in Iran have one thing in common: the ambition of an imperial power to control energy resources it does not possess. A recently published book on economic history, The Confiscation of the World: A History of Finitude Capitalism, by Arnaud Orain, helps us understand this crucial dimension of 21st-century conflicts: as has happened throughout much of modern history, today too, wars are fought to secure trade routes and limit the adversary’s access to energy resources.
The book presents two closely related theses. First, capitalism is not synonymous with free trade, competition, and open markets. On the contrary, throughout almost all of its history, it has been organized through the monopolization of space, resources, and infrastructure. Furthermore, political elites have an essentially pessimistic view of the world. Far from believing in the theory of absolute and comparative advantage expounded by Adam Smith and David Ricardo, they believe that resources are finite and must be acquired by force, in a zero-sum game (hence the label “finitude” for a phenomenon not far removed from mercantilism).
Orain concedes that capitalism ensured a certain degree of free trade when a hegemonic power—first England and then the United States—dominated international trade, albeit with agreements always favorable to the center. When the hegemon enters into crisis or is absent, the world organizes itself according to the principles of finite capitalism. This occurred from the 16th to the 18th century. The second phase, between 1880 and 1945, corresponds to the end of English hegemony and sees the return of tariffs, cartelization, and territorial conquest to secure raw materials and markets. The 19th-century liberal order was actually based on the militarization of economic relations and the exploitation of colonies. Naval supremacy is crucial to achieving this result. To strengthen his argument, Orain rediscovers Alfred T. Mahan (1840-1914), a US naval officer, who proposed the three fundamental “laws” of maritime geopolitics: when there is no naval hegemon, each commercial power must protect its own routes; when the hegemon exists but is challenged, the manufacturing growth of rival powers ends up transforming into a naval and military challenge; when, however, a power manages to establish itself permanently on the seas, it defines the rules of circulation and guarantees a freedom of navigation that converges with its own interests. The third phase of finitude capitalism began around 2010 and is the one we find ourselves in now. With the decline of US economic power, trade blockades, tariffs, protected corridors, wars for resources, and “imperial silos” emerge. Orain therefore goes well beyond the idea of pure deglobalization. The world remains interconnected, but in a hierarchical, coercive, and segmented way.
The vision of the “finiteness” of resources is also echoed in certain environmentalist theses. Contemporary capitalism no longer promises unlimited growth in an open world, and therefore we must hasten the implementation of the ecological transition and aspire to forms of energy self-sufficiency. For example, new investments in nuclear energy and the maintenance of already authorized extraction activities in the North Sea are integral to the arguments of the center-left in the United Kingdom. Orain adds that, in this phase, the factory has lost symbolic centrality in favor of the warehouse, logistics, storage, and position along flows. It is no longer so much production itself that matters, but rather the ability to locate oneself at obligatory points of circulation and derive revenue from it. There is therefore a structural similarity between the East India Companies of the modern age and contemporary digital giants: both prosper not by producing, but by appropriating access and managing data, communications, and networks. The capitalism of finitude is therefore also a capitalism of the warehouse, the cable, the satellite, and the logistics corridor.
A natural extension of Orain’s reasoning, in my opinion, concerns organized crime. Mafias also operate at transit points, bottlenecks, places where access to a resource or market can be regulated and transformed into income. Mafias also don’t believe in the free market. They impose barriers to entry for new entrepreneurs, govern territories, regulate trade, protect some operators and exclude others. In this sense, their actions are an extreme and violent form of finite capitalism. They are mercantilists without knowing it.
Thus, Trump’s political strategy itself is profoundly mafia-like: it transforms the political control of a territory into a private government. Like a mafia boss, he conceives the market as an arena to be controlled through violence; alliances become protective relationships; duties become tributes; those who fail to comply are punished. Trump’s power politics does not abolish capitalism: it returns it to its mercantilist form. After all, as Augustine of Hippo said, “Remota iustitia, quid sunt regna nisi magna latrocinia?”