Federico Varese: “Putin terrorizzato dalla democrazia ucraina, modello per la Russia”, Voce di New York, 03.03.2022

di Maria Teresa Antoniozzi

Federico Varese è professore di Criminologia e capo del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Oxford, dove è anche Senior Fellow del Nuffield College. Abbiamo chiesto al Professor Varese la sua opinione sull’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, dato che quest’ultima è da sempre stata oggetto dei suoi studi, dal suo primo libro The Russian mafia (2001) fino un saggio sui vory-v-zakone pubblicato sul British Journal of Criminology nel 2021.

Professor Varese, cosa pensa del pericoloso conflitto tra Ucraina e Russia?

“Putin teme che un’Ucraina democratica sia un pericolo per il suo regime, un potenziale modello per richieste di libertà all’interno della Russia. Questo è ciò che veramente terrorizza Putin. Si potrebbe innescare un effetto domino che potrebbe coinvolgere quella che Putin considera la sua sfera di influenza. Non credo che la volontà dell’Ucraina di aderire alla Nato sia il motivo scatenante”.

Eppure la Russia ha esposto diverse volte la sua opposizione all’allargamento della Nato.

“Il problema dell’espansione della Nato non è stato sempre saliente nei rapporti con l’Occidente. Sin dal summit di Bucarest del 2008, la Nato aveva bocciato il piano di ammettere Georgia e Ucraina. Michael McFaul ha raccontato che, nei cinque anni in cui ha lavorato per l’amministrazione Obama come inviato per la Russia e poi come ambasciatore a Mosca, Putin non ha mai sollevato la questione della Nato nei colloqui con la Casa Bianca. All’epoca dell’invasione della Crimea, l’esercito era preoccupato che l’Ucraina non rinnovasse il contratto per la locazione della flotta nel Mar Nero. Per andare più indietro nel tempo, nel 2000 Putin addirittura suggerì che la Russia potesse entrare nella Nato (“faccio fatica a pensare alla Nato come ad un nemico”, disse). Dopo l’attacco dell’11 settembre, il Cremlino collaborò attivamente con l’Alleanza Atlantica. Quando nel 2002 entrarono le repubbliche baltiche, Putin dichiarò: “Non spetta a noi decidere quello che altre nazioni possono o non possono fare”. Potrei citare altri episodi e dichiarazioni. Per molti studiosi, tra cui lo stesso McFaul (e in Italia Marcello Floris), la questione dell’espansione della Nato è una variabile, piuttosto che una costante. Essa ri-emerge quando vi è una espansione della democrazia nei Paesi limitrofi, come appunto in Ucraina (2004 e 2013-2014) e in Georgia (2003). Putin teme un effetto domino, infatti la Rivoluzione rosa (Georgia 2003) aprì le porte a quella arancione (Ucraina 2004). Putin fu molto preoccupato anche dalla Primavera Araba (2011) e dalla democratizzazione in Serbia (2000)”.

Lei mi parla di un Putin che agli inizi del suo mandato presidenziale era in grado di dialogare con le istituzioni occidentali, quindi mi sta descrivendo un Putin molto diverso da quello attuale…

“Credo che vi sia stata una involuzione in questi suoi venti anni di potere. Agli inizi del suo mandato, Putin era piuttosto pragmatico, un leader modernizzatore. Diversi studiosi hanno sottolineato come, fino al 2012, Putin utilizzasse le strutture dello Stato russo — come l’Assemblea Federale, la burocrazia, i ministeri, la diplomazia — per gestire il potere. Non era un uomo solo al comando. Con il passare del tempo, ha fatto sempre più uso dei decreti presidenziali e di provvedimenti speciali, e interviene direttamente in molte questioni, quello che i politologi chiamano il ‘controllo manuale’ (ruchnoe upravlenie). Spesso queste decisioni sono prese in fretta, senza consultare tutti gli elementi del sistema politico-amministrativo e con pessimi risultati. Va anche detto che più il regime diventa autocratico, più Putin si circonda di adepti, e più la qualità delle informazioni che gli vengono passate peggiora. E peggiora anche la qualità delle decisioni. Tutto questo si è visto nell’invasione dell’Ucraina. Putin si attendeva una sollevazione popolare in suo favore, e la decisione di invadere non è stata condivisa con diversi settori dell’esercito…”

I vigili del fuoco in azione per spegnere l’incendio nell’edificio della direzione principale della polizia nazionale Ucraina nella regione di Kharkiv, bombardato dall’esercito russo, 2 marzo 2022.
ANSA/MINISTERO DIFESA UCRAINA

Come commenta l’opinione di qualche intellettuale russo che insiste sul fatto l’Ucraina è un territorio russo, di lingua russa, di origini russe, di religione ortodossa, e che Kiev è stata la prima capitale  della Russia; una sottile rivendicazione della sovranità russa del territorio sulla base di considerazioni etniche?

“Va detto con molta chiarezza: quando la politica comincia ad aprire il vaso di pandora delle affiliazioni etniche, della cultura, della storia millenaria, si precipita presto nella guerra civile. Le identità nazionali sono costruite, fluide, come ci hanno insegnato Ernest Renan, Ernest Gellner e Eric Hobsbawn. Paradossalmente furono proprio i Bolscevichi — accusati da Putin di aver dato in regalo l’Ucraina agli Ucraini — a forgiare un patto tra nazioni che permise all’URSS di mantenere il territorio dell’Impero. Pensi al caso dell’Austria-Ungheria: dopo la prima guerra mondiale, nazioni come l’Ungheria sono diventate indipendenti. Sarebbe ridicolo per Putin voler ricreare l’Impero austro-ungarico. Rimettere in discussione le frontiere sovietiche porta a sogni neo-imperiali e alla guerra. Poi certo, alcune zone in Ucraina dell’est sono prevalentemente abitate da ucraini di lingua russa, ma altre zone del Paese sono abitate da polacchi, tedeschi, tartari. Anche le comunità di religione ebraica sono molto radicate in Ucraina. Ogni frontiera è arbitraria. Se si fanno questi ragionamenti, allora tutta l’Europa va in fiamme. Invocare l’essenzialismo etnico è pericolosissimo e ricorda ovviamente pagine molto buie della storia europea. Paradossalmente è stata l’invasione a far crescere un senso di appartenenza alla nazione ucraina, basato non tanto sull’origine etnica quanto sul sentimento di condividere uno stesso destino. Non capisco come Putin pensi di controllare un paese di 44 milioni di abitanti che non lo vogliono”.

Cosa ne pensa della minaccia di fare uso di armi nucleari? 

“Èuna mossa disperata in risposta al fatto che l’invasione non sta andando secondo i suoi piani: l’esercito russo fatica a vincere, quello ucraino non è collassato, il presidente Zelens’kyj non è scappato. Questi elementi ci inducono a pensare che Putin e chi lo consiglia abbiano fatto degli errori di valutazione gravissimi: è venuta a mancare la consapevolezza della forza morale che sta dietro il desiderio di vivere in un Paese democratico nel ventunesimo secolo. Putin ha anche sottovalutato la reazione europea”.

Come se lo spiega questo sbaglio grossolano? 

“Beh, in politica tutti fanno errori, basti vedere il caso degli Stati Uniti in Vietnam o in Afghanistan. Certo il problema aggiuntivo di Putin è quello di credere alla propria propaganda e di aver consiglieri che non hanno il coraggio di contraddirlo. Quando l’accesso ad informazioni e consigli fondati su basi empiriche è limitato è più facile fare errori. Ne é una chiara testimonianza il video in cui si rivolge al capo dei servizi segreti esterni, Sergej Naryškin. ‘Dire la verità al potere’ è un principio sacro della burocrazia inglese, soprattutto in questioni di sicurezza nazionale. Questo atteggiamento viene invece confuso con l’infedeltà da Putin”.

L’Unione europea ha dato il via a un vasto programma di sanzioni: blocco mirato delle transazioni Swift, blocco dei beni personali del presidente, divieto di esportare tecnologie e attrezzature, e così via. In tal modo si e mirato a punire in particolare gli oligarchi e intellettuali putiniani. Come vede questa strategia delle sanzioni? 

“È una strategia che ha come obiettivo quello di erodere progressivamente il sostegno a Vladimir Putin tra l’élite russa. Si intravedono già dei risultati: Mikhail Fridman, fondatore e uno dei principali azionisti del Gruppo Alfa, di cui fa parte la grande banca russa Alfa Bank, e Oleg Deripaska, fondatore di Basic Element, uno dei più grandi gruppi industriali della Russia, hanno criticato l’invasione. Questo è un grande segnale di quanto Putin nel suo isolamento rischi di perdere il consenso che riteneva assodato. Inoltre le sanzioni potrebbero aiutare anche un processo di trasparenza nel Regno Unito, dove il Company Register offre la possibilità alle aziende di registrarsi senza dichiarare chi sia il proprietario. Questi nominativi dovrebbero essere svelati e favorire, in tal modo, un processo di trasparenza nel capitalismo inglese. Più in generale, per troppi anni il Regno Unito ha venduto accesso al Paese a personaggi con patrimoni di origine molto opaca. In effetti, ha venduto beni che non dovrebbero mai essere messi in vendita, come la cittadinanza”. 

Quali sono gli effetti delle sanzioni sulla popolazione russa?

“Sono sanzioni molto pesanti per la popolazione russa. Non dobbiamo dimenticare che la Russia non cresce ormai da più di un decennio. La produzione e vendita di gas è la principale fonte di valuta. La classe media fa fatica a pagare il mutuo. Il rublo è crollato del 30% e c’è una caccia forsennata al dollaro, come negli anni novanta. La Banca Centrale russa non può usare le sue riverse per difendere la valuta sui mercati internazionali. La svalutazione del rublo significa che i risparmi perdono valore reale”.    

Quale reazione del popolo russo prevede come conseguenza sia dell’effetto delle sanzioni, sia per il fatto di dover vedere i propri figli mandati in guerra, in una un guerra fratricida? 

“Beh, è difficile prevedere il futuro. È possibile che la repressione si inasprisca e l’opposizione venga ulteriormente repressa. Con la scusa della guerra, leggi draconiane vengono introdotte contro critici del sistema e i media. È però anche possibile che cresca il malcontento nella popolazione e che si incrementino le fila delle opposizioni. La cosa più importante da capire è l’atteggiamento delle élites: se queste mollano Putin, il regime è in grave pericolo. Inoltre, è possibile che una repressione brutale spinga la polizia a rifiutarsi di arrestare i manifestanti, e che i soldati al fronte si rifiutino di obbedire gli ordini. Le madri dei costritti sono molto attive contro la guerra. Bisogna attendere per vedere come si evolverà la situazione, ma non bisogna sottovalutare la forza della rivolta dal basso”.

Quali misure si dovrebbero prendere per risolvere il conflitto? 

“Innanzi tutto, c’è una emergenza umanitaria. Bisogna fare di tutto per aiutare i profughi e non solo quelli col passaporto ucraino. Leggo oggi che vi è uno stallo sull’intesa Ue circa i rifugiati. Si vuole bloccare la protezione di milioni di ucraini per evitare di proteggere qualche migliaia di africani, vittime delle stesse bombe, come ha detto Sara Prestianni di EuroMedRights. L’esercito russo deve smettere ogni operazione e ritirarsi. Si può poi discutere del futuro dell’Ucraina, assicurandole comunque la libertà di esistere come stato indipendente”.

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